domenica 4 marzo 2012

Il museo degli antichi strumenti musicali

Don Giovanni Dore
Era un affabulatore nato Don Giovanni Dore, per oltre 40 anni parroco di Tadasuni, suggestivo paese con meno di 200 abitanti posto sulle rive del Lago Omodeo, nella regione storica del Barigadu.
Qui, fino a poco tempo prima della sua dipartita, avvenuta nel 2009, Don Dore ha aperto a tutti le porte del suo originale e bellissimo museo degli antichi strumenti musicali della tradizione sarda. Chissà quante persone sono passate da queste parti, tra studiosi di musica popolare, curiosi, turisti e scolaresche. Tra i nomi più noti, in quasi mezzo secolo, perfino quello del grande studioso di launeddas e tradizioni sarde, il danese Andreas Bentzon.
La sua notevole collezione privata, frutto di tanti anni di lavoro e passione, è stata una attrazione importantissima e unica in tutta la Sardegna. C'era una frase di rito con cui il parroco accoglieva i suoi visitatori ed iniziava il tour musicale nel passato: "Questa è l'unica raccolta al mondo di strumenti di musica pastorale regionale sarda. Ci sono più di cinquecento pezzi. Non ve li posso presentare tutti, perchè un minuto a strumento, ci vorrebbero sette ore; però le famiglie più importanti sì, quelle che piacciono ai bambini."
A chi non è capitato di passare da queste parti, magari negli anni della scuola dell'obbligo, durante le medie e le elementari in breve gita scolastica! Il locale angusto, nient'altro che una stanza della chiesa parrocchiale che odorava di chiuso, si animava di suoni misteriosi e coinvolgenti che facevano immaginare la vita libera e dura dei pastori e della società agropastorale di un tempo. Come nel video (vedi anche sotto), in cui si possono ascoltare direttamente le sue spiegazioni e s'ischeliu, usato come richiamo da caccia e che imita alla perfezione il suo de su crabolu (il capriolo).
Is istrocci-arranas
Molti altri strumenti facevano parte della collezione, ad esempio is istrocci-arranas (letteralmente: imita-raganelle), oppure le matraccas o tabeddas, ancora oggi utilizzate in chiesa in molti paesi durante il periodo Quaresimale e quello della Settimana Santa. O sa serragia, fatta con una vescica essicata di maiale e con un crine teso di cavallo per suonarla. Altro strumento curioso era su trimpanu, un tamburo realizzato con il sughero e una pelle di cane morto di fame, così dice la leggenda. Il grasso, infatti, non avrebbe dato lo stesso suono. Ad arricchire il tutto, perfino reperti fossili della foresta pietrificata di Zuri.
Al di là dell'apparenza di semplice appassionato, Don Dore era un fine studioso di musica, che nella sua vita aveva trovato il tempo per imparare oltre a su pipiolu (flautino) dell'infanzia anche le composizioni classiche di Bach, Beethoven e Mozart e sapeva naturalmente suonare uno per uno tutti questi strumenti. Fino a che le forze glielo hanno consentito, ha portato avanti il suo museo della musica e continuato a incantare bambini e adulti, aggiungendo, ogni volta che ne suonava uno, tanti dettagli sulla storia del singolo strumento.
Nel 2010 è uscito un libro (con due DVD) che si chiama "La voce della musica" curato da Silvia Marras, che ripercorre la storia del piccolo museo e dei suoi strumenti, attraverso la voce di Don Dore. Tutto ciò nell'attesa che la preziosa collezione possa trovare finalmente una casa dove essere di nuovo esposta al pubblico, con l'attenzione che merita per il suo valore antropologico e culturale sulla civiltà dei sardi.



4 commenti:

  1. Ricordo di esserci stata proprio in una gita scolastica. Anche se eravamo soltanto ragazzi, i racconti di Don Dore ci piacquero molto e ci affascinarono... speriamo che prima o poi questa mostra venga riaperta al pubblico perché lo merita tanto, è di valore inestimabile.

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  2. Non ho dubbi... :-) il resto lo spero anch'io.

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  3. Io possiedo Is istrocci-arranas. Le ho sempre chiamate
    "Campane di Pasqua" perchè non ricordavo il nome in sardo,
    e le custodisco gelosamente, essendo state realizzate da
    una persona a me cara.
    Un saluto Lory

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  4. Carinissime, Lory :-) già in italiano sarebbe imita-raganelle ma il nome sardo rende molto di più. Complimenti per il tesoro, immagino facciano un gran baccano. Saluti a te :-)

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