giovedì 17 marzo 2011

Festa dei 150 anni, capire l'unità d'Italia è necessario

Vedi la casa di Garibaldi, a Caprera
Forse ha ragione Furio Colombo, con il suo articolo di oggi sul Fatto Quotidiano, dopo solo 150 anni l'Italia sta per finire. E lo si capisce dalla mediocrità del dibattito sviluppatosi intorno a un anniversario teso più ad acuire i profili delle fratture politiche, che a gettare sul campo qualche riflessione degna di nota dal punto di vista storico. 
Al di là del monologo pirotecnico di Benigni a Sanremo e della sua personale lezione sull'inno d'Italia, non sembra più tempo di celebrare i personaggi che fecero il Risorgimento - Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Silvio Pellico, Carlo Pisacane, Goffredo Mameli, per restare ai più noti ed evocativi - per ricavarne insegnamenti di civiltà privi di romantica retorica. E' un passato glorioso, ma divenuto ormai ingombrante e fastidioso. Oggi, sono molto più di moda localismi donchisciotteschi, poco orientati nel tempo e nello spazio, con nemici dichiarati contro cui scagliare la pubblica rabbia: l'immigrato clandestino "da rigettare in mare"(cito il leghista Borghezio), magari sperando che affoghi, ad esempio, è perfetto. Il prêt-à-porter ideologico di tutti questi movimenti è banale e rozzo, certo, ma fa parecchia presa sulla gente. Sono visti come l'ultimo argine nei confronti di una globalizzazione che rivela ogni giorno di più qual'è il suo vero volto: quello di una dittatura invisibile. 
Si dirà, gli stati nazionali non sono mai esistiti. Sono stati solo un'aspirazione, un mito dell'ottocento che si è applicato in luoghi diversi secondo meccaniche simili. Un gruppo dominante che estende la sua influenza all'interno di uno stesso territorio fino a definirlo "nazionale", com'è avvenuto anche in Italia. Scelte legittimate dalla necessità di assorbire le masse, creare mercati più grandi, difendersi meglio da nemici esterni imbevendo le genti di di religione patria. Eppure l'unificazione italiana fu pure molto altro. La parte migliore, quella mazziniana, voleva creare cittadini più liberi e "Italia" era già allora un'identità culturale precisa, che raggiunse più tardi l'unità nazionale rispetto ad altri paesi europei, anche per l'esistenza al suo interno e l'opposizione dello Stato Pontificio. Il riconoscimento di quel bagaglio culturale e ideale dovrebbe convivere serenamente con le diverse identità di cui un cittadino si sente portatore, siano esse locale o mondiale. Anzi, dovrebbe essere la linfa vitale di cui alimentare i nuovi dibattiti identitari, imparando dagli errori, di certo non pochi e trascurabili, che hanno caratterizzato l'Italia unita. Chi con la scusa di un'appartenenza coltiva l'ignoranza dell'ieri, non può pretendere di avere titoli e capacità nel progettare il domani. 

1 commenti:

  1. Si e`sparso tanto sangue per unire l`Italia e adesso,solo per ragioni e interessi politici e economici la si vuole dividere....povero Garibaldi!!!!

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