venerdì 10 febbraio 2017

La collezione Pischedda e la nascita dell’Antiquarium Arborense

L' avv. Pischedda
All’ avvocato-archeologo Pischedda e alla sua prestigiosa collezione privata si deve la nascita del più grande museo della provincia di Oristano, e di uno dei più importanti della Sardegna, l’Antiquarium Arborense
Efisio Pischedda nasce a Seneghe, un centro dell’Oristanese, nel1850, da un’agiata famiglia di possidenti. Da loro viene avviato alla carriera in legge, dato che suo padre era notaio e sua madre apparteneva a una famiglia di magistrati. E’ presumibile che il grande interesse per l’archeologia e le antichità gli venne in parte dall’esercizio della professione, che dovette porlo in contatto con clienti legati a questo mondo. Da non sottovalutare pure l’influsso che il clima culturale di quegli anni ebbe su di lui, a Oristano si respirava l’aria di un mercato-antiquario.
Lo troviamo da subito introdotto nell’ambiente e trattato con amicizia dal Canonico Spano, primo Commissario per i Musei e gli Scavi della Sardegna e poi direttore del Museo di Cagliari, e acquisire, non appena ne ha notizia, la preziosa collezione di Giovanni Busachi, tra cui c’erano un preziosissimo scarabeo intarsiato con punte d’oro, insieme ad altri numerosi reperti che Busachi aveva messo insieme in trent’anni di lavori e scavi. Dopo la morte del Canonico Spano, nel 1878, Pischedda strinse cordiali rapporti con il suo successore, Filippo Vivanet e il fedele discepolo dello Spano, Filippo Nissardi. Attraverso questi buoni legami, nel luglio del 1891 il Pischedda chiese e ottenne dal Ministero dell’Istruzione Pubblica il permesso per effettuare degli scavi a Tharros e nel Sinis di Cabras.
Askòs
I suoi primi scavi riguardano la zona de “Su MuruMannu”, la fortificazione muraria a ponente della torre di San Giovanni di Sinis, dove rinviene diverse tombe romane. Questi ritrovamenti sono documentati dalle lettere che lo stesso Pischedda scrisse a Vivanet, in cui sono descritti minuziosamente e talvolta illustrati gli oggetti rinvenuti: si tratta di terrecotte, stoviglie, medaglioni, resti d’iscrizioni e corredi funerari minimi. 
Deluso dall’esito insoddisfacente delle ricerche (per chi come il Pischedda mirava alla scoperta di oggetti antichi), l’avvocatosi spostò sull’istmo, ai piedi della valle dei morti di Tharros, violata daicerca tesori del 1851, e si imbatté, in località “Sa Cordiola”, in una tomba a camera cartaginese, facente parte dell’estremo lembo settentrionale della necropoli punica tharrense. 
Successivamente Pischedda proseguì i suoi scavi ottenendo il rinnovo della concessione di scavo da parte del Ministero. Nel dicembre 1893 il Vivanet reclamò dall’Avvocato una nuova relazione sulle sue indagini, ma non sappiamo se tale richiesta avesse una risposta positiva. In realtà Efisio Pischedda dopo gli esordi deludenti doveva aver messo le mani su un vasto sepolcreto assolutamente vergine: secondo la recente ipotesi di Giovanni Tore è plausibile che egli avesse concentrato i suoi sforzi nella necropoli settentrionale di Tharros, sulle scogliere del villaggio di S. Giovanni di Sinis, dove c'è anche l'omonima chiesa, nella località di Santu Marcu, esplicitamente richiamata nella autorizzazione di scavo. Secondo il parere di un illustre archeologo tedesco, Franz Von Duhn, molte delle terracotte figurate puniche e delle ceramiche etrusche ed attiche della collezione Pischedda viste nella sua dimora privata (che si trovava allora in via La Marmora 10, corrispondente all’attuale 26-30) facevano parte delle più ricche sepolture delle necropoli fenicio-puniche di Tharros. Da esse provenivano tra l’altro tre kantharoi inbucchero etrusco (600-575 a.C.), un askòs e una lekythos ariballica attici a figure rosse(prima metà del IV sec. a.C.) ed una placchetta di dea stante con il tamburello della seconda metà del VI sec. a.C.
Nell’abitazione privata del Pischedda era collocato il Museo Pischedda, «la più cospicua fra le collezioni private formatesi inSardegna», come ebbe a scrivere nel 1948 l’archeologo Doro Levi. Per mezzo secolo, sino alla sua morte, Efisio Pischedda accolse nel suo Museo studiosi provenienti dall’Italia e da numerose nazioni europee, intrattenendo anche rapporti epistolari con archeologi di chiara fama. Il Pischedda apriva tuttavia le porte del suo museo anche ai rari turisti della Oristano del primo Novecento, tant’è vero che la prima edizione della Guida Rossa della Sardegna, del Touring Club Italiano, ospitava nel capitolo su Oristano un puntuale riferimento alla collezione Pischedda.
Interno del Museo
Una tradizione orale raccolta dalle labbra dell’ultima governante di Efisio Pischedda, Donna Sara Marongiu, da parte del primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, Peppetto Pau, racconta che la notte della morte la cassetta con gli ori punici e romani e le gemme fu recata ad un misterioso avventuriero che aveva preso temporaneo alloggio all’Albergo Industriale (poi Firenze) in Piazza Roma. Così scomparvero i primi amati pezzi della collezione Pischedda. Gli altri reperti corsero il rischio di passare al British Museum e a Berlino. Fortunatamente, otto anni dopo la morte dell’avvocato, nel 1938, il podestà di Oristano Paolo Lugas e l’archeologo Doro Levi riuscirono ad far acquistare al Comune i materiali di Pischedda e a costituire l’Antiquarium Arborense. Una scritta, incisa a palazzo Parpaglia su una lastra di marmo bianco, commemora l’avvenuta costituzione dell’ “Antiquarium” cittadino:


LA COLLEZIONE QVI ESPOSTA
PRENDE IL NOME DAL
COMM. AVV. EFISIO PISCHEDDA
DAI CVI EREDI L’ACQVISTÒ

IL COMVNE DI ORISTANO
NELL’ ANNO MCMXXXVIII-XVI.

( liberamente tratto da "Antiquarium Arborense" di Raimondo Zucca, collana Guide e Itinerari Sardegna archeologica, Carlo Delfino editore, 1998)

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