sabato 20 febbraio 2016

La chiesa di San Giovanni di Sinis

Lo scrittore americano J.E. Crawford Flitch, nel maggio 1910, durante la sua visita a Tharros, dedica alla chiesa di San Giovanni di Sinis queste parole: “Raggiunsi infine la stretta penisola che terminava con il capo San Marco. Qui quale conveniente epilogo a questa morta regione si leva una basilica bizantina grigia, in rovina e abbandonata su un deserto di sabbia: le sue opere e finestre sono murate, la sua bianca cupola sbrecciata e informe. Ha l’aspetto di estrema vecchiaia, eppure era la più tarda opera dell’uomo eretta presso questa desolata riva, costruita nell’ottavo secolo. I costruttori, per risparmiare fatica, hanno usato largamente i mattoni e le colonne della città romana poco lontana. Un poco più in là c’è la cava che ha fornito il materiale per la sua costruzione: i rottami dell’antica Tharros.”
Il testo di Flitch è molto bello, anche nella parte riguardante Tharros, forse uno dei migliori per il modo di raccontare l’area archeologica: coglie molto bene gli elementi romantici del paesaggio, e il senso di ineluttabilità della storia che si accompagna alla contemplazione della vecchia città. Ma la chiesa di san Giovanni di Sinis, in realtà, è più antica. In una lettera di papa Gregorio Magno (599 d.c.) si menziona un vescovo della“diocesi di Sines”, e fonti più antiche parlano di un “ecclesia sancti Marci” del V-VI secolo, con annesso battistero, che sorgeva presso un settore della necropoli fenicio-punica, costituita da un edificio a croce greca che riproduceva su scala più piccola la pianta di una delle più importanti basiliche della cristianità, sita a Costantinopoli e in seguito andata completamente distrutta.

La chiesa di San Giovanni di Sinis nasce appunto da una trasformazione del primitivo complesso - avvenuta entro il VII secolo - dove il braccio orientale divenne un’abside perfettamente orientata a Est, quello occidentale si sviluppò come navata mediana, e i bracci trasversali rimasero, fungendo da navate laterali. 
Questi ultimi sono ciò che resta dell’edificio originario, insieme al corpo cupolato, mentre la bifora dell’abside e l’oculo della facciata sono di età protoromanica. Per i vari interventi, sia quelli costruttivi iniziali che di ampliamento, si utilizzarono, come scrive Flitch,conci d’arenaria provenienti dalle rovine di Tharros.

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