sabato 7 giugno 2014

La spiaggia di San Giovanni di Sinis ( 2a e ultima parte)


Un po' di storia: Fino agli anni ottanta, il villaggio e la strada che porta in cima alla torre, ospitavano le caratteristiche "baraccas", le capanne di falasco dei pescatori, costruite con un'intelaiatura di tronchi e con le pareti e il tetto di un'erba palustre molto diffusa in questa zona. Il fascino della spiaggia di San Giovanni è accresciuta dalla presenza di uno dei siti archeologici più importanti della Sardegna: le rovine della città fenicio punica, e poi romana, di Tharros. 
Quella che si può vedere oggi è ciò che resta della città imperiale, con le strade lastricate che digradano dolcemente verso il mare, dove è nascosta parte dell'antica Tharros. L'area archeologica è visitabile con o senza la guida, e con un breve tour si può scoprire il compitum, ovvero la piazzetta dei Lares di età augustea, un piccolo anfiteatro, i resti del villaggio nuragico (dove si trovava il tophet, in cui avveniva il sacrificio di piccoli animali ed erano offerti alla divinità i bambini morti neonati), ciò che rimane di un tempio punico, le terme, e un importante battistero paleocristiano.
Uscendo dal sito archeologico si trova il sentiero, percorribile soltanto a piedi, che conduce al promontorio di Capo San Marco, che con il suo faro è l'estrema vedetta del golfo di Oristano. Lungo il percorso, seminascoste da palme nane e lentisco, si trovano i resti della necropoli cartaginese e le sontuose tombe a camera, i cui ricchissimi corredi di ori, sono stati depredati a metà ottocento, andando ad arricchire il museo del Louvre, il British Museum, ma anche le collezioni italiane a Torino e Pavia. Più avanti, presso il fortino militare, c'è il nuraghe Baboe Cabitza.

Mare vivo e mar morto: da Capo San Marco, si domina il mare aperto e Minorca, isoletta spagnola distante non più di 172 miglia marine. Questa posizione per i fenici risultò strategica, in quanto Tharros era l'ultima tappa dei viaggi verso la penisola iberica. Inoltre, la penisola del Sinis e la spiaggia di San Giovanni di Sinis, presentavano il vantaggio di un possibile approdo con ogni vento: il "mare aperto", se il vento soffiava da ponente e cioè dal mare, oppure il "mar morto", se al contrario il vento spirava da terra. La spiaggia era anche il luogo dove i fenici al loro arrivo deponevano le merci, e intrapresero i primi scambi con le popolazioni locali.

Sullo stesso argomento, vedi: La spiaggia di San Giovanni di Sinis

martedì 3 giugno 2014

La spiaggia di San Giovanni di Sinis


Uno dei luoghi più belli a cui puntare, se capitate in provincia di Oristano, è senza dubbio la spiaggia di San Giovanni di Sinis, che si estende per circa 4 km lungo il lato occidentale della Penisola del Sinis, inframezzata da parti rocciose di arenaria e basalto, e dalla suggestiva torre. 
Il Sinis è tante cose insieme, e questa zona, che chiude il golfo di Oristano, le racchiude magnificamente: natura e colori sgargianti in ogni stagione, in particolare in primavera (vedi alcune foto); mare cristallino e panorama mozzafiato, ovunque si diriga lo sguardo, scenografiche insenature. 
Come arrivare: da Oristano si prende l'uscita per Cabras (qui l'itinerario), e si prosegue sulla strada provinciale per circa 20 km, la spiaggia è ben segnalata e facilmente raggiungibile. 
Sul percorso, all'uscita del comune di Cabras, ci si lascia alla destra lo stagno di Cabras, che rappresenta un ottimo punto di sosta per gli amanti del birdwatching. Proseguendo, ci si inoltra lentamente in un'ampia e brulla pianura fatta di coltivazioni che per secoli sono state "in arido", e ancora oggi conserva un aspetto poco addomesticato. 
Dopo qualche chilometro, superato il canale scolmatore, si può intravedere in lontananza sulla sinistra la laguna di Mistras. 
Il villaggio balneare: alla fine del percorso, si giunge all'ex-borgo di pescatori, oggi un paesello con diversi bar e ristoranti, una discreta animazione estiva, poche strade interne non asfaltate e polverose, e abitazioni dove i villeggianti possono prendere in affitto una stanza o prenotare in qualche bed and breakfast. 
Nella piazza centrale, si trova la piccola chiesa di San Giovanni di Sinis, la cui pianta originaria è del VI secolo, in principio a croce greca e in seguito trasformata a croce latina. 
Consiglio senz'altro una visita a questa bella e antica costruzione, aperta tutto l'anno. All'interno della chiesa, si trova un curioso registro delle presenze, dove ciascuno  può lasciare la propria firma, ce ne sono da posti lontanissimi. 
All'arrivo al villaggio dovrete obbligatoriamente svoltare a sinistra, giungendo così a un ampio slargo che ospita, durante l'estate, il punto di acquisto dei ticket per la sosta e una zona per il parcheggio a pagamento. Con la macchina è conveniente procedere ancora oltre, fino alla fine dei chioschi disposti a lato della strada. Parcheggiata l'auto, si può scendere e iniziare una tranquilla passeggiata  e una poco impegnativa salita, lunga non più di cinquecento metri, verso la maestosa torre spagnola di San Giovanni di Sinis, costruita da Filippo II di Spagna tra il 1580 e il 1610, durante la dominazione spagnola, per far fronte alle incursioni barbaresche. 

( fine prima parte)

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martedì 20 maggio 2014

Is Arutas, a small piece of paradise

La spiaggia di Is Arutas
Adatta più a chi ama il camping che a chi cerca una sistemazione in hotel (nel giro di qualche km non se ne trovano), la spiaggia di Is Arutas è un piccolo angolo di paradiso incastonato nella Penisola del Sinis. Lunga circa 4-5 km, la sua bellezza è nota ai locali, molto meno invece ai turisti che capitano qui per la prima volta. E più di qualcuno, quest'anno, ha storto il naso: com'è stato possibile che ci si sia dimenticati di questo posto da sogno nell'assegnazione della bandiera blu, da parte di Legambiente? La particolarità dell'arenile è di essere costituito non da sabbia, ma da piccoli granelli di quarzo, grandi come chicchi di riso, bianchi e colorati. L'effetto, in un paesaggio di basse rocce d'arenaria, è spettacolare (qui alcune foto e un video).
 Come arrivare: giungere a Is Arutas non è difficile (vedi la mappa del percorso). Da Cabras o da Oristano, si seguono le indicazioni per Tharros e San Giovanni di Sinis, poi s'imbocca la strada provinciale, e all'altezza del villaggio di San Salvatore, in corrispondenza dell'indicazione, si svolta a destra. Dopo circa 1,5 km, si svolta ancora a sinistra e si prosegue dritti per altri 5 km. La strada asfaltata giunge fino alla zona antistante la spiaggia, e il mare appare all'improvviso dietro una curva con un'incredibile varietà d'azzurri e di trasparenze.
L'acqua a Is Arutas
Tutela: le stupende e particolarissime spiagge di Is Arutas, Mari Ermi, Maimoni, derivano dalla lenta erosione, in epoca geologica lontana, dei giacimenti quarziferi dell'isola di Mal di Ventre. Si tratta di un capolavoro naturale non riproducibile. Negli anni, sono state oggetto di continue rapine un po' da parte di tutti, nel tentativo di portar via come souvenir questi granelli trasparenti. Per fermare queste azioni poco corrette, l'Area Marina Protetta di Sinis Mal di Ventre, istituita con D.M 12.12.1997, ha promosso diverse campagne di turismo responsabile, volte a tutelare i valori paesaggistici e naturalistici della zona. Tra questi, "Amico non portarmi via" il volantino che riporta il lamento di un granello di quarzo: "Da milioni di anni sto qui, nato negli abissi del mare, confuso tra i bianchi silenzi del Sinis. Per favore non portarmi via". 

sabato 17 maggio 2014

Gli spaghetti ai ricci di mare

Ingredienti per 4 persone:
400 gr di spaghetti
60 ricci di mare
1 ciuffetto di prezzemolo tritato
4 spicchi d'aglio
2 dl di olio extravergine d'oliva
mezzo bicchiere di Vernaccia
sale
peperoncino


Preparazione: Gli spaghetti con i ricci di mare sono un piatto tipico della cucina mediterranea, personalizzabile con prodotti genuini dell'oristanese. Servono innanzitutto una buona quantità di ricci freschi di Cabras o della marina di San Vero Milis. La varietà che qui si pesca è, come dovunque, il riccio viola (paracentrotus lividus), che contrariamente alla convinzione popolare non è la "femmina" del riccio, ma un'altra varietà rispetto al riccio nero (arbacia lixula), considerato solitamente il "maschio" (in realtà i ricci sono ermafroditi) e meno buono, in quanto quasi vuoto. Il periodo propizio per la raccolta va da settembre ad aprile, e come si sa, si tratta di un'autentica leccornia in grado di impreziosire con il proprio sapore numerosi piatti. 
Per iniziare, tagliare i ricci e prelevarne con cura la polpa, poi preparare un soffritto in padella con aglio, olio d’oliva e prezzemolo nelle quantità indicate, facendo indorare l’aglio. Versare quindi circa mezzo bicchiere o poco più di Vernaccia, che rispetto al vino bianco è una scelta più tenue e delicata. Lasciare raffinare il tutto per qualche minuto, aggiungendo un pizzico di sale. Nel frattempo portare a cottura, al dente, gli spaghetti, scolarli, e aggiungerli al brodino fatto in padella, avendo cura di girarli e farli amalgamare al brodino appena preparato. A questo punto mettere gli spaghetti nel piatto, condire con la polpa di riccio, e aggiungere un’ultima spolverata di prezzemolo ed eventualmente di peperoncino. Questo video vi illustra in modo semplice tutto il procedimento. Il risultato è assicurato, e la soddisfazione per il palato più che garantita!

Tempo per la preparazione: circa un’ora e mezza

Tempo di cottura: quindici minuti

sabato 10 maggio 2014

Vacanze in camper

Se c'è un viaggio che fa venire in mente l'avventura, il fai da te e la creatività, è sicuramente la vacanza in camper. 
Niente obblighi, come ad esempio dover tornare la notte a dormire in hotel, ci si muove con la casa appresso :) , e neppure si deve seguire con pazienza e disciplina un programma di viaggio. 
In camper, al contrario, ci si può tranquillamente permettere una deviazione dall'itinerario prestabilito, e un fuori programma al quale in principio non si era pensato, per un semplice gusto di libertà. 
E non si è neppure assillati dalla data del rientro, con i giorni che scorrono pigri sul calendario, dato chi sceglie di spostarsi in autonomia di solito pianifica per tempo, e quindi ha scelto ritmi più lenti.
Sono poi molto interessanti i contenuti social della vacanza, specie se si sceglie un campeggio, ci si sposta in famiglia, e non si è viaggiatori solitari da film. Che poi anche questa, a pensarci, è un'idea stimolante o potrebbe esserlo per qualcuno.
Certo, in tempi di crisi e caro benzina, viaggiare in camper può essere costoso. Sarà per questo che in Sardegna di camper negli ultimi anni ne ho visti sempre di meno. C'è da fare il trasporto in nave e questo può incidere in modo importante nel budget di una famiglia.
Eppure, alla fine degli anni ottanta e all'inizio dei novanta, i camperisti nella bella stagione erano ancora parecchi, segnalati spesso da targhe teutoniche su mezzi di trasporto a volte datati, come il mitico pulmino Volkswagen ritratto nella foto, meglio se giallo sabbia. 

Per chi capita in provincia di Oristano, ecco un elenco di alcune aree di sosta per camper, senza pretesa di completezza:

Oristano - punto di sosta e camper service in via Donaldo Petri (parcheggio Stadio comunale) e V.le Repubblica (Zona Sa Rodia);
Arborea - area di sosta e camper service lungo la Strada n°26, pineta e lungomare comunale;
Marina di Cabras -ingresso spiagge di Is Arutas San Giovanni, punto di sosta;
Ghilarza - campo service SS131 direzione Nuoro;
San Nicolò Arcidano - area di sosta e camper service presso la zona sportiva;
San Vero Milis - camper service sul lungomare Putzu Idu Mandriola;
Santu Lussurgiu - area di sosta e camper service presso il parco di san Leonardo;
Sennariolo - area di sosta e camper service Loc. Colle di Santa Vittoria 

Chi conoscesse altri punti di sosta può segnalarli commentando quest'articolo, chissà che i camperisti non tornino da queste parti.   

sabato 3 maggio 2014

San Leonardo di Siete Fuentes

A 6 km circa dall'abitato di Santu Lussurgiu, si trova la bella frazione di San Leonardo di Siete Fuentes. Ottima per scampagnate primaverili ed estive, vi sorge un bellissimo parco con tanti olmi e lecci e vi si trovano le sette famose sorgenti, le cui acque sono molto note.  
Sulla chiesa di San Leonardo, si trova la croce di Malta, emblema dei cavalieri di Gerusalemme, che per conto della Chiesa qui svolsero fino al 1500 attività di apostolato e assistenza, ricovero, funzioni ospedaliere. Essa viene citata nel 1341 come appartenente all'Ordine degli Ospedalieri gerosolimitani, e presenta nella facciata due fasi costruttive, una che risale alla prima metà del XII secolo, e una seconda che ha prodotto un ampliamento verso sinistra, nel sec. XIV. Dell'ospedale gerosolimitano, dove pare sia morto nel 1295 Guelfo, figlio del conte Ugolino della Gherardesca, non resta invece traccia. 
Siamo a quasi 700 m., quindi in piena collina, quindi se scegliete di fare tappa da queste parti dovrete coprirvi un po' anche se ci capitate nel periodo più caldo. La zona è gestita da una cooperativa ed è dotata di parcheggio. Sicuramente il luogo è molto indicato per gli amanti della natura, ed è ideale per scattare delle foto.
A giugno si svolge a San Leonardo la fiera regionale del cavallo, un appuntamento nel quale vengono presentati e venduti dagli allevatori cavalli di tutte le razze, in concomitanza con la festa che onora il santo che da il nome alla borgata. 

mercoledì 23 aprile 2014

L'isola di Mal di Ventre

L'isola di Mal di Ventre (foto Flickr)
A circa quattro miglia e mezzo dalla costa di Oristano, si erge, bella e solitaria, una delle più suggestive isole minori di Sardegna e d'Italia, l'isola di Mal di Ventre. Detta anche del "malu entu" (ovvero, del vento cattivo, talvolta il maestrale vi soffia impetuoso) è un isolotto di poco più di un km quadrato di estensione (qui una mappa). Il suo punto più alto sul mare è il faro interno, a 18 m. Insieme allo scoglio detto del Catalano, costituisce l'unico affioramento di una qualche entità al largo della costa oristanese. L'isola di Mal di Ventre è un paradiso ambientale di rara bellezzaricoperta da una bassa macchia fatta di cisto, lentisco, rosmarino e tamerici è priva di insediamenti umani e popolata unicamente da tartarughe, lepri, e numerosi tipi di uccelli che vi nidificano. L'eccezionalità dei valori naturalistici ha fatto sì  che sia stata inclusa nell'Area marina protetta del Sinis
Scogli all'isola di Mal di Ventre (foto Flikr)
Un po' di storia: Si differenzia dai vicini litorali sardi per essere costituita non da rocce calcaree ma da granito porfirico, il cui lento disgregarsi ha formato, in un'epoca geologica ormai lontana, i fondali quarziferi delle spiagge di Is Arutas, Mari Ermi, Maimoni. Le uniche testimonianze di presenza umana sull'isola sono individuabili nella presenza dei resti di un nuraghe, presso cala del nuraghe, e dei muretti a secco delle capanne usate durante l'inverno dai pastori per custodirvi le greggi, a cala dei pastori. Invece, a cala del relitto, a meno di un miglio dalla spiaggia, si trova il relitto di una piccola nave da cargo del dopoguerra, che trasportava alimenti. Oggi, chi pratica immersioni può ammirare lo scafo quasi intatto dell'antica imbarcazione (qui un video), sopraffatto dalla vita marina: murene, scorfani, saraghi e flessuose alghe lo abitano. Nel medioevo, l'isola di Mal di Ventre divenne un covo di pirati, si racconta che nel '500 molti sardi furono catturati e rivenduti al mercato degli schiavi di Algeri. Qualche anno fa, ha subito l'occupazione da parte di alcuni indipendentisti sardi, che hanno proclamato in maniera pacifica, ma infruttuosa, la repubblica di Malu Entu. 
Come arrivare e cosa fare: numerosi operatori della zona organizzano, specie nel periodo estivo, escursioni giornaliere all'isola di Mal di Ventre. Le imbarcazioni partono dai centri di Mandriola, Putzu Idu, e dal porticciolo turistico di Torregrande. Il viaggio all'isola vi consentirà un'esperienza sensoriale d'altri tempi, nelle numerose piccole spiagge circondate da scogli dalla forma curiosa e scenografiche insenature. 

venerdì 18 aprile 2014

Il rito de "Su Scravamentu"


Ieri, in molte località dell'Isola, sono proseguiti i riti dedicati alla Settimana Santa, durante la quale si ricordano, attraverso le celebrazioni religiose, gli ultimi giorni di vita di Gesù fino alla Resurrezione il giorno di Pasqua.
In particolare, di Venerdì Santo, le funzioni ecclesiastiche sono dedicate al racconto della Passione e morte di Cristo e all'adorazione della Croce. La liturgia della parola segue il vangelo di Giovanni. 
E' tradizione, in molti luoghi, effettuare in questo giorno la Via Crucis per ripercorrere il cammino con la Croce di Gesù verso il Calvario. Alla sera, al termine del racconto evangelico e della funzione, le Confraternite, impersonando i discepoli, procedono al pio rito della deposizione di Gesù dalla Croce e della sepoltura, detto in sardo Su Scravamentu. Questa usanza è di grande impatto scenico e teatrale, e viene vissuta con grande devozione dalle diverse comunità.

(Foto: flikr)

martedì 8 aprile 2014

La cattedrale di Santa Maria Assunta

Il duomo di Oristano
In pieno centro storico, precisamente in via Duomo (vedi la mappa), si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta a Oristano. Menzionata già in un atto del 1131, sorge su una preesistente ecclesia di età bizantina. Fu riedificata nel 1228, dall'arcivescovo d'Arborea Torchitorio de Muru e dal sovrano Mariano II di Torres, in seguito ai danni riportati nell'occupazione della città nel 1195, da parte del giudice di Calari Guglielmo di Massa.  Oggi la cattedrale di Santa Maria Assunta appare nel rinnovato assetto barocco, che le diede tra il 1721 e il 1733 l'architetto Giovanni Battista Arieti. Il campanile, a pianta ottagonale, è del Quattrocento, a eccezione della cella campanaria e della cupola iridescente, che sono invece un innesto settecentesco. La pianta interna è a croce latina, e nella prima cappella sulla destra, si trova l'Annunciata, una statua lignea  trecentesca di Nino Pisano, restaurata successivamente. Poco discosti sono due frammenti romanici del XII secolo, che raffigurano Daniele nella fossa dei leoni e Due leoni che abbattono due cerbiatti. Un ovale con l'Assunta, di Vittorio Amedeo Rapous, orna il presbiterio sopraelevato, insieme alla tele ottocentesche di Giovanni Marghinotti. 
Interno della chiesa
Notevole è pure, in quanto risalente alle forme gotiche del duecento, la cappella del Rimedio, nel transetto destro (a destra del presbiterio) che ha una volta a crociera gemmata. Le cappelle neoclassiche con cui terminano i bracci laterali sono opera di Giuseppe Cominotti e risalgono al 1830. Alle pareti dei bracci, in alto, pendono quattro vessilli che i sardi tolsero ai francesi durante l'assedio del 1637. Alle spalle dell'altare maggiore, l'aula capitolare custodisce un'importante tesoro, visitabile solo su richiesta. Tra i misteri della cattedrale di Santa Maria Assunta, c'è quello riguardante la sepoltura dei giudici di Arborea. Nel 1335 Ugone II chiese nel suo testamento di essere seppellito all'interno della chiesa, nella cappella di San Bartolomeo, all'epoca ancora da terminare, nella quale avrebbero dovuto riposare sia i suoi predecessori che i suoi successori. Ma tali sepolture non sono ancora state individuate. Adiacente al Duomo, sorge il Seminario Tridentino, sede del Palazzo arcivescovile e dell'Arcidiocesi Arborense.   
Orari (luglio - settembre): in questo periodo la cattedrale è visitabile durante la settimana, dalle ore 8:30 alle 19.30; la domenica è aperta per le celebrazioni liturgiche, alle ore 10-12 e alle 18,00.  

La Settimana Santa


Tra gli eventi legati al folklore e alle feste religiose della Sardegna, sicuramente i riti della Settimana Santa (detta Sa Chida Santa) hanno un posto particolare. 
Nell'Isola, infatti, si sono conservate tradizioni antichissime - legate alla fede cristiana - che stupiscono ancora per fascino e mistero. 
Protagoniste indiscusse delle celebrazioni sono le Confraternite, accompagnate dalla devozione del popolo. 
Quest'anno Pasqua e Pasquetta cadono presto, domenica 31 Marzo e lunedì 1 Aprile. E' già l'ottima occasione per  organizzare un viaggio da queste parti. Dopo un inverno rigido e piovoso, la primavera è al suo inizio, e i colori della natura si risvegliano creando paesaggi spettacolari, con il sole che diventa già più caldo e le giornate che si allungano.
In provincia di Oristano, in tutti i paesi si celebrano i riti legati alla Passione di Gesù e alla Pasqua di Resurrezione. Il primo appuntamento è la Domenica delle Palme, che nella tradizione  cristiana ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme, in sella a un asino, salutato dalla folla che innalzava rami di palma. 
Di Lunedì Santo si svolge nella città di Oristano Is Misterius (i misteri), in cui sette statue vengono condotte nelle sette chiese principali della città. La processione avviene all'imbrunire, e raccoglie ogni anno molti fedeli. 

Con la lavanda dei piedi e l'Ultima Cena, di Giovedì Santo, si ricorda l'istituzione del Sacerdozio e dell'Eucarestia; e il gesto con quale Gesù insegnò l'umiltà e l'amore per il prossimo ai propri discepoli, che vengono impersonati dai Confratelli.
Il Venerdì Santo, come dovunque, anche qui si partecipa alla Via Crucis, un itinerario religioso che ricorda il Calvario del Cristo fino alla Croce. La sera di Venerdì ha luogo, in molti luoghi della Provincia, il rito de Su Scravamentu, ovvero la deposizione di Gesù morto dalla Croce. Un momento particolarmente intenso, e di grande bellezza scenografica in particolare nei paesi di Santu Lussurgiu (vedi il video in basso), Cuglieri, Santa Giusta, solo per citarne alcuni. 
Infine la Domenica di Pasqua (detta Pasca Manna) con S'Incontru si celebra la Resurrezione di Gesù. Attraverso due processioni distinte  le Confraternite - della Madonna del Rosario e de Is Animas (Madonna del Carmelo) e dello Spirito Santo, ma i loro nomi differiscono a seconda delle diverse località sarde - portano a incontrarsi il Gesù Risorto e la Madonna. A quest'ultima viene tolto il velo di lutto per l'avvenuta Resurrezione e e viene posta sul capo la corona.   


(foto dal sito: www.provincia.or.it)

giovedì 20 marzo 2014

La ricetta delle pardulas di ricotta

Anche nella zona di Oristano, come in tutta la Sardegna, le formaggelle sono dolci tipici pasquali, che brave massaie s'ingegnano ancora a preparare seguendo la tradizione. In sardo si chiamano pardulas (nel Campidano) o casatinas (nel nuorese) e si tratta di piccoli tortini a base di ricotta o di formaggio (vedi anche il video). Con il tempo ciascuna località le ha personalizzate elaborando con creatività una propria ricetta
Ingredienti per le pardulas di ricottaPer la sfoglia: 400 gr. di semolino, 150 gr. di strutto, sale. Per il ripieno: 500 gr. di ricotta, 3 uova, la scorza di due limoni e arance non trattate, un pizzico di zafferano, semola fine, zucchero, semolato. 
Preparazione. Versare il semolino sulla spianatoia così da ottenere la classica fontana, incorporare un po' di acqua tiepida, un pizzico di sale e lo strutto sciolto.  Lavorare velocemente gli ingredienti fino ad ottenere un morbido impasto, quindi lasciarlo riposare in un luogo riparato. Nel frattempo lavorare la ricotta con un cucchiaio di legno e aggiungere a poco a poco, sempre mescolando, la scorza gratuggiata delle arance e dei limoni, le uova, un paio di cucchiai di semola e altrettanti di zucchero. Con il composto ottenuto modellare delle palline della grandezza di una noce. Con un mattarello tirare l'impasto fino ad ottenere una sfoglia sottile e ricavare dalla sfoglia dei dischetti grandi come un piattino da caffè.  Al centro di ogni dischetto mettere una pallina aromatizzata e ripiegare la sfoglia verso l'interno formando dei piccoli canestri con cinque angoli. Sistemare i dolcetti così ottenuti sopra le teglie spolverizzate di semola e farli cuocere in forno a calore moderato per circa trenta minuti. A cottura ultimata, lasciarle freddare e preparare la glassa con zucchero a velo e qualche cucchiaio d'acqua o succo di limone, fino a ottenere una crema densa. Cospargere la sommità delle pardulas aggiungendo una spolveratina di diavoletti. 

lunedì 10 marzo 2014

La chiesa di San Giovanni di Sinis

Lo scrittore americano J.E. Crawford Flitch, nel maggio 1910, durante la sua visita a Tharros, dedica alla chiesa di San Giovanni di Sinis queste parole: “Raggiunsi infine la stretta penisola che terminava con il capo San Marco. Qui quale conveniente epilogo a questa morta regione si leva una basilica bizantina grigia, in rovina e abbandonata su un deserto di sabbia: le sue opere e finestre sono murate, la sua bianca cupola sbrecciata e informe. Ha l’aspetto di estrema vecchiaia, eppure era la più tarda opera dell’uomo eretta presso questa desolata riva, costruita nell’ottavo secolo. I costruttori, per risparmiare fatica, hanno usato largamente i mattoni e le colonne della città romana poco lontana. Un poco più in là c’è la cava che ha fornito il materiale per la sua costruzione: i rottami dell’antica Tharros.”
Il testo di Flitch è molto bello, anche nella parte riguardante Tharros, forse uno dei migliori per il modo di raccontare l’area archeologica: coglie molto bene gli elementi romantici del paesaggio, e il senso di ineluttabilità della storia che si accompagna alla contemplazione della vecchia città. Ma la chiesa di san Giovanni di Sinis, in realtà, è più antica. In una lettera di papa Gregorio Magno (599 d.c.) si menziona un vescovo della“diocesi di Sines”, e fonti più antiche parlano di un “ecclesia sancti Marci” del V-VI secolo, con annesso battistero, che sorgeva presso un settore della necropoli fenicio-punica, costituita da un edificio a croce greca che riproduceva su scala più piccola la pianta di una delle più importanti basiliche della cristianità, sita a Costantinopoli e in seguito andata completamente distrutta.

La chiesa di San Giovanni di Sinis nasce appunto da una trasformazione del primitivo complesso - avvenuta entro il VII secolo - dove il braccio orientale divenne un’abside perfettamente orientata a Est, quello occidentale si sviluppò come navata mediana, e i bracci trasversali rimasero, fungendo da navate laterali. 
Questi ultimi sono ciò che resta dell’edificio originario, insieme al corpo cupolato, mentre la bifora dell’abside e l’oculo della facciata sono di età protoromanica. Per i vari interventi, sia quelli costruttivi iniziali che di ampliamento, si utilizzarono, come scrive Flitch,conci d’arenaria provenienti dalle rovine di Tharros.

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