domenica 6 novembre 2016

Sos Molinos, dove c'è Gollum...


La cascata di Sos Molinos
Sulla strada che conduce da Bonarcado a Santu Lussurgiu, al confine tra i due comuni, c’è una bellezza naturale che merita di essere vista e fotografata: è la cascata di Sos Molinos
Lasciata la macchina presso un’area di sosta si discende un vecchio e abbastanza ripido sentiero in pietra, in un’atmosfera apparentemente nordica e  brumosa, umida, circondati da alberi che a stento fanno filtrare la luce anche alle ore più calde del giorno. Qui, da una delle tante fratture di basalto del Montiferru,  precipitano le acque di quello che più avanti diventa il rio Mannu di Milis, fiume come altri formato dalle numerose sorgenti presenti nel massiccio montuoso di origine vulcanica. L’ambiente intorno è caratterizzato da picchi, centri di emissione, versanti rocciosi profondamente incisi che il lavoro erosivo del tempo ha trasformato in un paesaggio di pietra altamente spettacolare. La cascata di Sos Molinos, cadente da una parete rocciosa sulla quale si raccolgono depositi ferrosi, è impetuosa soprattutto d’autunno e d’inverno, e in primavera. 
Letto del fiume, qui altre foto
Il piccolo torrente che ne scaturisce, correndo in un sottobosco di foglie ingiallite e tronchi vuoti, fa pensare al set cinematografico de il Signore degli Anelli, con elfi immaginabili nelle smorfie quasi umane dei sassi, posti sul percorso delle acque, e nei rumori dell’ambiente circostante. Viene anche da rammentare quanto scrisse H. Lawrence, mentre su un treno a vapore faceva la tratta Cagliari-Mandas, e cioè che alcuni luoghi della Sardegna assomigliano in modo impressionante alla Cornovaglia, sua regione d’origine. Non lontano dalla scalinata che conduce a Sos Molinos, si possono vedere i resti di un antico mulino, eredità della civiltà agro-industriale – con mulini, gualchiere, canali d’irrigazione – che si è sviluppata nell'area sfruttando l’abbondanza delle acque e la ricchezza delle terre. Questa piccola esperienza può concludersi facendo un salto al museo della tecnologia contadina di Santu Lussurgiu, dove sono raccolti gli arnesi da lavoro che in passato hanno caratterizzato la vita delle comunità del Montiferru.
Come arrivare: Da Bonarcado prendere la SP 15 per Santu Lussurgiu, dopo circa 4 km di viaggio si giunge a un ampio parcheggio, sulla destra. Qui fermarsi e proseguire a piedi, verso la scalinata poco lontana ( si trova una grossa pietra con la scritta "Sos Molinos"). Dopo un centinaio di metri o poco più si arriva alle cascate.

domenica 30 ottobre 2016

San Leonardo di Siete Fuentes

A 6 km circa dall'abitato di Santu Lussurgiu, si trova la bella frazione di San Leonardo di Siete Fuentes. Ottima per scampagnate primaverili ed estive, vi sorge un bellissimo parco con tanti olmi e lecci e vi si trovano le sette famose sorgenti, le cui acque sono molto note.  
Sulla chiesa di San Leonardo, si trova la croce di Malta, emblema dei cavalieri di Gerusalemme, che per conto della Chiesa qui svolsero fino al 1500 attività di apostolato e assistenza, ricovero, funzioni ospedaliere. Essa viene citata nel 1341 come appartenente all'Ordine degli Ospedalieri gerosolimitani, e presenta nella facciata due fasi costruttive, una che risale alla prima metà del XII secolo, e una seconda che ha prodotto un ampliamento verso sinistra, nel sec. XIV. Dell'ospedale gerosolimitano, dove pare sia morto nel 1295 Guelfo, figlio del conte Ugolino della Gherardesca, non resta invece traccia. 
Siamo a quasi 700 m., quindi in piena collina, quindi se scegliete di fare tappa da queste parti dovrete coprirvi un po' anche se ci capitate nel periodo più caldo. La zona è gestita da una cooperativa ed è dotata di parcheggio. Sicuramente il luogo è molto indicato per gli amanti della natura, ed è ideale per scattare delle foto.
A giugno si svolge a San Leonardo la fiera regionale del cavallo, un appuntamento nel quale vengono presentati e venduti dagli allevatori cavalli di tutte le razze, in concomitanza con la festa che onora il santo che da il nome alla borgata. 

venerdì 14 ottobre 2016

I fenicotteri rosa e gli stagni della provincia di Oristano


Fenicotteri nello stagno di Cabras 
Genti arrubia (in italiano, gente rossa), così gli abitanti del posto chiamano i fenicotteri rosa, gli straordinari e graziosi volatili che, in determinati  periodi, si possono vedere sostare nelle zone umide in provincia di Oristano.  
Flamingos are shy, mi è capitato di raccontare ai turisti, lavorando come operatore turistico. Infatti, anche se si tratta di animali sociali che passano la loro vita raccolti in grossi stormi, questa loro socialità non riguarda certo i rapporti con l’uomo. Al contrario sono timidi e paurosi, e scappano via facilmente se spaventati, rischiando di farsi male per via delle fragili zampe. Quelli che si possono vedere a Oristano non fanno eccezione, anzi, sembrano ancora più diffidenti degli altri e poco abituati alla presenza dell’uomo!
Fenicottero in volo 
Eccovi alcune curiosità circa il Phoenicopterus roseus: il suo colore rosa, tendente al vermiglio, per esempio deriva dall’alimentazione a base di gamberetti, più l’animale assume un colorito vivo, più è in salute, ed è favorito nell’accoppiamento. Inoltre possiede dodici penne nere per ala; il suo caratteristico becco ad uncino gli serve per costruirsi il nido e attraverso speciali lamelle filtra il cibo delle paludi. Non si tratta dell’unico volatile che è possibile vedere nel territorio oristanese: nidificano anche avocette, il falco di palude, cavalieri d'Italia, cormorani (temutissimi dai pescatori locali perché fanno strage di pesce) e una grande varietà di specie piuttosto rare, come il pollo sultano, il gabbiano roseo, il gabbiano corso, quest'ultimo stanziale all'Isola di Mal di Ventre.
Gli stagni dove fare birdwatching a Oristano
Dove vederli e fare foto:  le zone palustri in cui è possibile avvistare  i fenicotteri rosa sono lo  stagno di Cabras, la laguna di Mistras, lo stagno di Sale 'e Porcus, lo stagno di Santa Giusta e poco più avanti la bellissima oasi faunistica di S'Ena Arrubia. Si tratta di aree indicate nella cartina. 
Itinerario 1: Il primo percorso parte dallo stagno di Cabras, che si trova all'uscita del paese di Cabras. Qui è possibile fermarsi presso un sentiero sterrato e inoltrarsi a piedi attraversando un grazioso ponticello. La seconda tappa è lo stagno di Santa Giusta, anche questo all'immediata uscita del paese, sulla strada provinciale che da Santa Giusta conduce ad Arborea. Se proseguite lungo questo itinerario, dopo circa 1 km giungete a Cirras e all' oasi di S'Ena Arrubia
Stagno di Cabras, fenicottero 
Itinerario 2: anche in questo caso il percorso inizia con lo stagno di Cabras, la seconda tappa è poi la laguna di Mistras, che si trova alla fine della strada che conduce a San Giovanni di Sinis. Per raggiungerla occorre arrivare alla spiaggia detta di "mare morto",  e camminare a piedi per un lungo tratto. Dalla laguna di Mistras, ci si può spostare verso lo stagno di Sale 'e Porcus, che si trova nelle immediate vicinanze della località balneare di Putzu Idu, dal cui lungomare sono visibili le famose saline.   
Quando vederli: il periodo migliore per vedere i fenicotteri rosa è nelle prime settimane di giugno, quando si fermano a nidificare in numero di molti esemplari, cosa che è accaduta anche quest'anno, e tutta l'estate. 

giovedì 7 aprile 2016

L'isola di Mal di Ventre

L'isola di Mal di Ventre (foto Flickr)
A circa quattro miglia e mezzo dalla costa di Oristano, si erge, bella e solitaria, una delle più suggestive isole minori di Sardegna e d'Italia, l'isola di Mal di Ventre. Detta anche del "malu entu" (ovvero, del vento cattivo, talvolta il maestrale vi soffia impetuoso) è un isolotto di poco più di un km quadrato di estensione (qui una mappa). Il suo punto più alto sul mare è il faro interno, a 18 m. Insieme allo scoglio detto del Catalano, costituisce l'unico affioramento di una qualche entità al largo della costa oristanese. L'isola di Mal di Ventre è un paradiso ambientale di rara bellezzaricoperta da una bassa macchia fatta di cisto, lentisco, rosmarino e tamerici è priva di insediamenti umani e popolata unicamente da tartarughe, lepri, e numerosi tipi di uccelli che vi nidificano. L'eccezionalità dei valori naturalistici ha fatto sì  che sia stata inclusa nell'Area marina protetta del Sinis
Scogli all'isola di Mal di Ventre (foto Flikr)
Un po' di storia: Si differenzia dai vicini litorali sardi per essere costituita non da rocce calcaree ma da granito porfirico, il cui lento disgregarsi ha formato, in un'epoca geologica ormai lontana, i fondali quarziferi delle spiagge di Is Arutas, Mari Ermi, Maimoni. Le uniche testimonianze di presenza umana sull'isola sono individuabili nella presenza dei resti di un nuraghe, presso cala del nuraghe, e dei muretti a secco delle capanne usate durante l'inverno dai pastori per custodirvi le greggi, a cala dei pastori. Invece, a cala del relitto, a meno di un miglio dalla spiaggia, si trova il relitto di una piccola nave da cargo del dopoguerra, che trasportava alimenti. Oggi, chi pratica immersioni può ammirare lo scafo quasi intatto dell'antica imbarcazione (qui un video), sopraffatto dalla vita marina: murene, scorfani, saraghi e flessuose alghe lo abitano. Nel medioevo, l'isola di Mal di Ventre divenne un covo di pirati, si racconta che nel '500 molti sardi furono catturati e rivenduti al mercato degli schiavi di Algeri. Qualche anno fa, ha subito l'occupazione da parte di alcuni indipendentisti sardi, che hanno proclamato in maniera pacifica, ma infruttuosa, la repubblica di Malu Entu. 
Come arrivare e cosa fare: numerosi operatori della zona organizzano, specie nel periodo estivo, escursioni giornaliere all'isola di Mal di Ventre. Le imbarcazioni partono dai centri di Mandriola, Putzu Idu, e dal porticciolo turistico di Torregrande. Il viaggio all'isola vi consentirà un'esperienza sensoriale d'altri tempi, nelle numerose piccole spiagge circondate da scogli dalla forma curiosa e scenografiche insenature. 

lunedì 8 febbraio 2016

Le origini della Sartiglia

Su Componidori con Su Segundu e Su Terzu (foto Flickr)
Per tradizione, a Oristano l'ultima domenica di Carnevale e il martedì successivo si corre la Sartiglia - dal latino sors, fortuna e sorticula, anello -  uno dei più antichi tornei cavallereschi che si corrano in Europa e nel Mediterraneo. 
Si tratta di una corsa alla stella - che nel tempo ha sostituito l'anello - in cui si mescolano antichi riti agrari nei quali la civiltà agropastorale  si augura un buon raccolto, e la follia del Carnevale.
Nell'Archivio Storico del Comune di Oristano, precisamente nei Registri di Consiglieria, la corsa all'anello - Sortilla, in catalano - progenitrice della Sartiglia, viene menzionata già nel 1547, anno in cui nella cittadina arborense si onorarono con giostre equestri le gesta dell'imperatore Carlo V d'Asburgo. Ma le origini della giostra sono sicuramente più antiche, e vanno fatte risalire alla metà del XI secolo. 
La sua introduzione in Europa sarebbe avvenuta ad opera dei Crociati, che ne appresero l'uso dai nemici Saraceni. Si trattava di uno spettacolo comunque riservato alle classi nobiliari. Nel XIII secolo i giudici del Giudicato d'Arborea ne importarono l'uso dalla Spagna, dove era  c'era una Sortija o Sartilla, gioco militare praticato dalla Corte aragonese in tempo di pace. 
Secondo la tradizione, nel Giudicato, a causa del profondo odio per i dominatori aragonesi, nella confusione carnevalesca la sfida si faceva spesso cruenta e sanguinosa, e per porre un freno alle risse il canonico oristanese Giovanni Dessì, nel 1543, dispose dei legati a favore del Gremio dei Falegnami e dei Contadini, che avrebbero dovuto assicurare il corretto svolgimento della manifestazione, e che si tenesse ogni anno. A tal fine il canonico Dessì fece anche dei lasciti.
La Sartiglia (vedi il video)  si trasformò quindi da arte riservata ai militari d'alto rango esibita più volte l'anno, in occasioni speciali, e nacque come evento popolare legato al Carnevale. L'anno da cui si inizia a contare per la moderna Sartiglia è però più antico, infatti la prima edizione risale al 1465. 

domenica 7 febbraio 2016

La storia de Su Componidori

La maschera de Su Componidori (foto www.oristanesi.it)
A Oristano la Sartiglia non si è sempre corsa ma si dice che Su Componidori non abbia mai fatto mancare la sua benedizione alla città, anche negli anni terribili di guerre, pestilenze, desolazione e morte. Come nel 1656, quando la peste nera uccise gran parte della popolazione di Oristano e dei paesi vicini. Quella volta, Su Componidori fu vestito nella notte dalla massaia manna, al lume di candela. E con  Sa Pippia 'e maiu (la bambina di maggio, il suo scettro di violette) uscì per una deserta via Duomo a dare il suo saluto agli scorci medievali della città
Buona parte del fascino della Sartiglia, sta proprio nella figura grottesca e  indefinibile del capocorsa. A cominciare dalla sua maschera, che gli conferisce uno straordinario fascino, e dal suo vestito, che mescola abilmente pezzi di Medio Evo con presenza catalana e piemontese. Una camicia di merletti, il velo bianco e il cilndro, stivali di cuoio su abito da cavaliere.  
Intorno a lui ruota tutta la manifestazione, che ufficialmente inizia il giorno della Candelora con la scelta da parte del presidente del Gremio (quello dei Contadini e dei Falegnami, le antiche corporazioni, in passato erano molte di più) de Su Componidori e con la consegna del cero benedetto. 
Su Componidori esce dalla casa del Gremio 
Ma è la vestizione, il giorno della domenica e il martedì di Carnevale, a trasformare un cavaliere come tanti in una divinità agricola, nè uomo nè donna. La cerimonia inizia verso mezzogiorno, alla presenza di poche decine di invitati nella casa del Gremio.  Secondo un preciso rituale, is massaieddas, coordinate da Sa massaia manna,  tutte donne in costume sardo, se ne occupano con destrezza. E Su Componidori, seduto su una sedia posta sopra un tavolo, con a fianco la bandiera del Gremio, da quel momento non può più toccare terra, e dovrà salire direttamente sul suo cavallo.
Fuori lo attendono Su Segundu e Su Terzu, al primo di questi è riservato l'onore come per il capocorsa della discesa con su stoccu, la spada di legno. Sulle spalle de Su Componidori, invece, c'è tutto il peso dell'andamento della giostra. A lui spetta l'inizio alla giostra  attraverso l'incrocio delle spade con Su Segundu, sotto la stella, antico segno di lealtà cavalleresca. E poi la prima discesa, e la scelta dei cavalieri che parteciperanno alla corsa alla stella. E ancora a lui toccano la decisione di chiudere la manifestazione, e la discesa conclusiva per dare la benedizione, quando sdraiato in modo spettacolare sul proprio cavallo agita nell'aria Sa Pippia 'e Maiu.
Da via Duomo, con le ombre del crepuscolo invernale che calano veloci sulla folla, ci si sposta allora nella Via Mazzini, per le Pariglie. Anticamente queste acrobazie di cavalieri che discendono riuniti in terzetto, erano lo spettacolo che avveniva fuori dalle mura giudicali di Oristano ed erano l'espressione del divertimento popolare, mentre la Sartiglia era riservata all'aristocrazia. Anche qui l'apertura spetta a Su Componidori, al quale però è vietato esibirsi in giochi pericolosi. 
A fine giornata, quando viene svestito dalle massaie e gli viene levata la maschera, quello de Su Componidori è il volto di un lottatore stremato, consapevole di avere vissuto una giornata indimenticabile e di esserne stato il grande protagonista. Questo bellissimo video, racconta l'esperienza con le parole di chi l'ha vissuta. 

giovedì 7 gennaio 2016

La spiaggia di San Giovanni di Sinis ( 2a e ultima parte)


Un po' di storia: Fino agli anni ottanta, il villaggio e la strada che porta in cima alla torre, ospitavano le caratteristiche "baraccas", le capanne di falasco dei pescatori, costruite con un'intelaiatura di tronchi e con le pareti e il tetto di un'erba palustre molto diffusa in questa zona. Il fascino della spiaggia di San Giovanni è accresciuta dalla presenza di uno dei siti archeologici più importanti della Sardegna: le rovine della città fenicio punica, e poi romana, di Tharros. 
Quella che si può vedere oggi è ciò che resta della città imperiale, con le strade lastricate che digradano dolcemente verso il mare, dove è nascosta parte dell'antica Tharros. L'area archeologica è visitabile con o senza la guida, e con un breve tour si può scoprire il compitum, ovvero la piazzetta dei Lares di età augustea, un piccolo anfiteatro, i resti del villaggio nuragico (dove si trovava il tophet, in cui avveniva il sacrificio di piccoli animali ed erano offerti alla divinità i bambini morti neonati), ciò che rimane di un tempio punico, le terme, e un importante battistero paleocristiano.
Uscendo dal sito archeologico si trova il sentiero, percorribile soltanto a piedi, che conduce al promontorio di Capo San Marco, che con il suo faro è l'estrema vedetta del golfo di Oristano. Lungo il percorso, seminascoste da palme nane e lentisco, si trovano i resti della necropoli cartaginese e le sontuose tombe a camera, i cui ricchissimi corredi di ori, sono stati depredati a metà ottocento, andando ad arricchire il museo del Louvre, il British Museum, ma anche le collezioni italiane a Torino e Pavia. Più avanti, presso il fortino militare, c'è il nuraghe Baboe Cabitza.

Mare vivo e mar morto: da Capo San Marco, si domina il mare aperto e Minorca, isoletta spagnola distante non più di 172 miglia marine. Questa posizione per i fenici risultò strategica, in quanto Tharros era l'ultima tappa dei viaggi verso la penisola iberica. Inoltre, la penisola del Sinis e la spiaggia di San Giovanni di Sinis, presentavano il vantaggio di un possibile approdo con ogni vento: il "mare aperto", se il vento soffiava da ponente e cioè dal mare, oppure il "mar morto", se al contrario il vento spirava da terra. La spiaggia era anche il luogo dove i fenici al loro arrivo deponevano le merci, e intrapresero i primi scambi con le popolazioni locali.

Sullo stesso argomento, vedi: La spiaggia di San Giovanni di Sinis

mercoledì 6 gennaio 2016

La spiaggia di San Giovanni di Sinis


Uno dei luoghi più belli a cui puntare, se capitate in provincia di Oristano, è senza dubbio la spiaggia di San Giovanni di Sinis, che si estende per circa 4 km lungo il lato occidentale della Penisola del Sinis, inframezzata da parti rocciose di arenaria e basalto, e dalla suggestiva torre. 
Il Sinis è tante cose insieme, e questa zona, che chiude il golfo di Oristano, le racchiude magnificamente: natura e colori sgargianti in ogni stagione, in particolare in primavera (vedi alcune foto); mare cristallino e panorama mozzafiato, ovunque si diriga lo sguardo, scenografiche insenature. 
Come arrivare: da Oristano si prende l'uscita per Cabras (qui l'itinerario), e si prosegue sulla strada provinciale per circa 20 km, la spiaggia è ben segnalata e facilmente raggiungibile. 
Sul percorso, all'uscita del comune di Cabras, ci si lascia alla destra lo stagno di Cabras, che rappresenta un ottimo punto di sosta per gli amanti del birdwatching. Proseguendo, ci si inoltra lentamente in un'ampia e brulla pianura fatta di coltivazioni che per secoli sono state "in arido", e ancora oggi conserva un aspetto poco addomesticato. 
Dopo qualche chilometro, superato il canale scolmatore, si può intravedere in lontananza sulla sinistra la laguna di Mistras. 
Il villaggio balneare: alla fine del percorso, si giunge all'ex-borgo di pescatori, oggi un paesello con diversi bar e ristoranti, una discreta animazione estiva, poche strade interne non asfaltate e polverose, e abitazioni dove i villeggianti possono prendere in affitto una stanza o prenotare in qualche bed and breakfast. 
Nella piazza centrale, si trova la piccola chiesa di San Giovanni di Sinis, la cui pianta originaria è del VI secolo, in principio a croce greca e in seguito trasformata a croce latina. 
Consiglio senz'altro una visita a questa bella e antica costruzione, aperta tutto l'anno. All'interno della chiesa, si trova un curioso registro delle presenze, dove ciascuno  può lasciare la propria firma, ce ne sono da posti lontanissimi. 
All'arrivo al villaggio dovrete obbligatoriamente svoltare a sinistra, giungendo così a un ampio slargo che ospita, durante l'estate, il punto di acquisto dei ticket per la sosta e una zona per il parcheggio a pagamento. Con la macchina è conveniente procedere ancora oltre, fino alla fine dei chioschi disposti a lato della strada. Parcheggiata l'auto, si può scendere e iniziare una tranquilla passeggiata  e una poco impegnativa salita, lunga non più di cinquecento metri, verso la maestosa torre spagnola di San Giovanni di Sinis, costruita da Filippo II di Spagna tra il 1580 e il 1610, durante la dominazione spagnola, per far fronte alle incursioni barbaresche. 

( fine prima parte)

Potrebbe interessarti il post: La spiaggia di San Giovanni di Sinis (2a e ultima parte)

mercoledì 30 dicembre 2015

Su trigu cottu

E' un ricordo antico, questo. Affidato alla mente lucidissima di qualche anziano che lo rievoca come un rito augurale di fine anno, rivolto a bimbi e adulti, quando le cene del veglione non avevano l'opulenza che hanno oggi, e gli alberi di Natale, se si facevano, erano addobbati con un po' di frutta invernale (mandarini, ad esempio) e qualche pezzo di cioccolata (più di rado). 
La tradizione alla quale mi riferisco, ormai quasi del tutto scomparsa, è quella de "su trigu cottu". In un recipiente di terracotta, il 30 di dicembre, si metteva a riscaldare in acqua una certa quantità di grano, per circa quindici minuti. Poi si levava il recipiente e lo si adagiava in un cesto riempito con della paglia, e coprendolo con una coperta si aspettava il passare della notte. Il giorno dopo, cioè l'ultimo dell'anno, si andava a verificare la riuscita del procedimento: il grano doveva essersi cotto lentamente ed i chicchi   gonfiati e diventati morbidi. 
Questo umile piatto, lo si condiva con la profumata e prelibata saba, il vino cotto usato per la preparazione del pane di saba e altri dolci tipici sardi. Ma per servirlo, si aspettava che i bambini passassero a chiederlo, e come usanza la padrona di casa doveva negare di averne fatto. Solo dopo, lo si poteva consumare. 
Qualche anno fa, alla trasmissione "Videolina Mattina", una vispa e allegra cuoca di Nurri, la simpatica Zia Maria, ha disquisito allegramente di come si fa il pane e illustrato i vari passaggi della ricetta de "su trigu cottu", in questi due gustosi e spassosissimi video (parte 1 e parte 2).  

martedì 15 dicembre 2015

La vera storia di Babbo Natale

Casa di Babbo Natale, in qualche luogo del mondo
Ci sono differenze incredibili tra le culture della terra ma Babbo Natale è conosciuto un po' dappertutto. 
Pere Noel per i francesi, Father Christmas per gli inglesi (che lo rappresentano con rami d'edera, vischio e  agrifoglio) invece è Weihnachtsmann - l'uomo del Natale - per i tedeschi. 
Perfino nei regimi comunisti esisteva qualcosa di simile (era chiamato l'uomo del gelo).  
Quello giunto fino a noi, con barba bianca e inconfondibile abito rosso e stivali, lo disegnò nel 1931 Haddon Sundblom  per la pubblicità della Coca Cola. 
In precedenza, esistevano diverse figure natalizie che si differenziavano, tra fede cristiana e oriente, per il colore delle vesti, chi blu, chi nero, chi rosso: gli unici aspetti in comune erano la lunga barba e il portare doni a tutti, dai grandi ai bambini. 
Sembra che il primo donatore di regali fu San Nicola, nel 300 d.C. a Myria, nell'attuale Turchia. Nato da una ricca famiglia e rimasto orfano, crebbe in un monastero e all'età di 17 anni divenne prete. La leggenda racconta della sua grande generosità. Pare che donò a poco a poco tutta la sua ricchezza ai bambini poveri della città, e girasse con grandi sacchi d'oro, di cui amava disfarsi. Diventato arcivescovo, non indossò mai paramenti ma portava una lunga barba bianca e un cappello rosso. In seguito fu fatto santo quale esempio di carità cristiana, ed è venerato dalla Chiesa Cattolica il 6 dicembre.
Insomma, il Babbo Natale moderno è frutto della globalizzazione -  Coca Cola - ma ha pure antiche radici cristiane.  
Libri: la vera storia di Babbo Natale (Raffaello Cortina, pag. 176 € 14) , spiega che a restarci male, quando i figli non credono più a Babbo Natale (cosa che accade intorno ai sette anni), sono soprattutto i genitori, che affrontano il cambiamento come un lutto. Ma cosa succede quando si smette di credere a Babbo Natale? E come affrontare questo rito di passaggio?  In questo libro ci sono tante riflessioni utili sul mito di Santa Claus.

sabato 30 maggio 2015

La cattedrale di Santa Maria Assunta

Il duomo di Oristano
In pieno centro storico, precisamente in via Duomo (vedi la mappa), si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta a Oristano. Menzionata già in un atto del 1131, sorge su una preesistente ecclesia di età bizantina. Fu riedificata nel 1228, dall'arcivescovo d'Arborea Torchitorio de Muru e dal sovrano Mariano II di Torres, in seguito ai danni riportati nell'occupazione della città nel 1195, da parte del giudice di Calari Guglielmo di Massa.  Oggi la cattedrale di Santa Maria Assunta appare nel rinnovato assetto barocco, che le diede tra il 1721 e il 1733 l'architetto Giovanni Battista Arieti. Il campanile, a pianta ottagonale, è del Quattrocento, a eccezione della cella campanaria e della cupola iridescente, che sono invece un innesto settecentesco. La pianta interna è a croce latina, e nella prima cappella sulla destra, si trova l'Annunciata, una statua lignea  trecentesca di Nino Pisano, restaurata successivamente. Poco discosti sono due frammenti romanici del XII secolo, che raffigurano Daniele nella fossa dei leoni e Due leoni che abbattono due cerbiatti. Un ovale con l'Assunta, di Vittorio Amedeo Rapous, orna il presbiterio sopraelevato, insieme alla tele ottocentesche di Giovanni Marghinotti. 
Interno della chiesa
Notevole è pure, in quanto risalente alle forme gotiche del duecento, la cappella del Rimedio, nel transetto destro (a destra del presbiterio) che ha una volta a crociera gemmata. Le cappelle neoclassiche con cui terminano i bracci laterali sono opera di Giuseppe Cominotti e risalgono al 1830. Alle pareti dei bracci, in alto, pendono quattro vessilli che i sardi tolsero ai francesi durante l'assedio del 1637. Alle spalle dell'altare maggiore, l'aula capitolare custodisce un'importante tesoro, visitabile solo su richiesta. Tra i misteri della cattedrale di Santa Maria Assunta, c'è quello riguardante la sepoltura dei giudici di Arborea. Nel 1335 Ugone II chiese nel suo testamento di essere seppellito all'interno della chiesa, nella cappella di San Bartolomeo, all'epoca ancora da terminare, nella quale avrebbero dovuto riposare sia i suoi predecessori che i suoi successori. Ma tali sepolture non sono ancora state individuate. Adiacente al Duomo, sorge il Seminario Tridentino, sede del Palazzo arcivescovile e dell'Arcidiocesi Arborense.   
Orari (luglio - settembre): in questo periodo la cattedrale è visitabile durante la settimana, dalle ore 8:30 alle 19.30; la domenica è aperta per le celebrazioni liturgiche, alle ore 10-12 e alle 18,00.  

giovedì 23 aprile 2015

L'oro di Tharros


Uno dei capitoli più interessanti della storia di Tharros è senza dubbio legato alla corsa all'oro che si scatenò a metà dell'Ottocento, e che le valse l'appellativo di piccola California, per la contemporaneità con l'altra e più famosa caccia all'oro, quella meravigliosamente descritta da Jack London in Call of the wild
In questo caso, per immaginarsela, non è necessario pensare a cani da slitta e distese di ghiaccio, ma a quei personaggi un po' romanzeschi che un secolo e mezzo fa percorrevano la Sardegna in cerca di fortuna, tra cui lo scrittore francese Honorè de Balzac, che sperava di trovarvi delle miniere e andandosene deluso, lasciò una descrizione tutt'altro che benevola dei sardi di allora, dipinti come dei veri selvaggi. 
Di questi avventurieri la sorte migliore toccò a Lord Vernon (George John Warren) un ricco inglese che, nel 1851, conducendo degli scavi a Tharros, s'imbattè in una serie di tombe cartaginesi dalle quali emersero una grande quantità di oggetti preziosi e finemente lavorati, sia in ceramica che in oro. Fu il primo a fare un ritrovamento d'ingente portata, in precedenza erano state riportate alla luce soltanto alcune tombe romane, di poco pregio.
Da quel momento, un esercito di cavatesori, perlopiù contadini e pescatori locali, con pale e picconi, si mise febbrilmente all'opera, lavorando alacremente dalla mattina alla sera, e adoperandosi per trafugare tutto il possibile dalla vecchia città. Tra l'altro, si trattava di scavi condotti senza nessuna competenza, che oltre a provocare gravi danni dal punto di vista dell'archeologia, si concludevano ogni volta con la spartizione e la distruzione degli oggetti preziosi rinvenuti, al solo scopo di ricavarne l'oro.
Il governo nazionale di D'Azeglio, in appena un mese, emanò un provvedimento urgente per impedire che lo scempio continuasse, e autorizzò invece l'attività scientifica di ricerca, affidandola al Canonico Spano e a Gaetano Cara, direttore del Museo di Cagliari. La situazione tuttavia non migliorò. Il Cara, dopo un altro mese circa di lavori, ritornò a Cagliari carico di oggetti d'oro e altre cose preziose, ma consegnò al Museo soltanto poche cianfrusaglie e, mediante un prestanome, rivendette i materiali tharrensi ritrovati al British Museum di Londra, a quelli di Parigi e di Torino, annotando tutto in un catalogo: una collezione di oltre 2500 pezzi, tra cui figuravano: gioielli d'oro, d'argento e bronzo, come anelli per il crine e le dita, orecchini, braccialetti, scarabei, amuleti, e inoltre terracotte fenicie e greche, frecce, pugnali, monete puniche, greche e romane. 
La missione del Cara ufficialmente fu "accrescere i tesori della scienza ed arricchire i Musei del continente europeo"; con il ricavato della vendita acquistò, per sé stesso, una grande vigna.
Alcuni dei gioielli provenienti da Tharros si trovano oggi al British Museum. In questi video, invece, si racconta come andò la vicenda:



Quando: tutto l'anno
Come arrivare: Il sito archeologico di Tharros dista dalla città di Oristano circa 20 km, per raggiungerlo seguire le indicazioni per San Giovanni di Sinis. Qui giungere fino all'omonima spiaggia e all'antica torre spagnola.

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