sabato 30 maggio 2015

La cattedrale di Santa Maria Assunta

Il duomo di Oristano
In pieno centro storico, precisamente in via Duomo (vedi la mappa), si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta a Oristano. Menzionata già in un atto del 1131, sorge su una preesistente ecclesia di età bizantina. Fu riedificata nel 1228, dall'arcivescovo d'Arborea Torchitorio de Muru e dal sovrano Mariano II di Torres, in seguito ai danni riportati nell'occupazione della città nel 1195, da parte del giudice di Calari Guglielmo di Massa.  Oggi la cattedrale di Santa Maria Assunta appare nel rinnovato assetto barocco, che le diede tra il 1721 e il 1733 l'architetto Giovanni Battista Arieti. Il campanile, a pianta ottagonale, è del Quattrocento, a eccezione della cella campanaria e della cupola iridescente, che sono invece un innesto settecentesco. La pianta interna è a croce latina, e nella prima cappella sulla destra, si trova l'Annunciata, una statua lignea  trecentesca di Nino Pisano, restaurata successivamente. Poco discosti sono due frammenti romanici del XII secolo, che raffigurano Daniele nella fossa dei leoni e Due leoni che abbattono due cerbiatti. Un ovale con l'Assunta, di Vittorio Amedeo Rapous, orna il presbiterio sopraelevato, insieme alla tele ottocentesche di Giovanni Marghinotti. 
Interno della chiesa
Notevole è pure, in quanto risalente alle forme gotiche del duecento, la cappella del Rimedio, nel transetto destro (a destra del presbiterio) che ha una volta a crociera gemmata. Le cappelle neoclassiche con cui terminano i bracci laterali sono opera di Giuseppe Cominotti e risalgono al 1830. Alle pareti dei bracci, in alto, pendono quattro vessilli che i sardi tolsero ai francesi durante l'assedio del 1637. Alle spalle dell'altare maggiore, l'aula capitolare custodisce un'importante tesoro, visitabile solo su richiesta. Tra i misteri della cattedrale di Santa Maria Assunta, c'è quello riguardante la sepoltura dei giudici di Arborea. Nel 1335 Ugone II chiese nel suo testamento di essere seppellito all'interno della chiesa, nella cappella di San Bartolomeo, all'epoca ancora da terminare, nella quale avrebbero dovuto riposare sia i suoi predecessori che i suoi successori. Ma tali sepolture non sono ancora state individuate. Adiacente al Duomo, sorge il Seminario Tridentino, sede del Palazzo arcivescovile e dell'Arcidiocesi Arborense.   
Orari (luglio - settembre): in questo periodo la cattedrale è visitabile durante la settimana, dalle ore 8:30 alle 19.30; la domenica è aperta per le celebrazioni liturgiche, alle ore 10-12 e alle 18,00.  

sabato 21 febbraio 2015

La collezione Pischedda e la nascita dell’Antiquarium Arborense

L' avv. Pischedda
All’ avvocato-archeologo Pischedda e alla sua prestigiosa collezione privata si deve la nascita del più grande museo della provincia di Oristano, e di uno dei più importanti della Sardegna, l’Antiquarium Arborense
Efisio Pischedda nasce a Seneghe, un centro dell’Oristanese, nel1850, da un’agiata famiglia di possidenti. Da loro viene avviato alla carriera in legge, dato che suo padre era notaio e sua madre apparteneva a una famiglia di magistrati. E’ presumibile che il grande interesse per l’archeologia e le antichità gli venne in parte dall’esercizio della professione, che dovette porlo in contatto con clienti legati a questo mondo. Da non sottovalutare pure l’influsso che il clima culturale di quegli anni ebbe su di lui, a Oristano si respirava l’aria di un mercato-antiquario.
Lo troviamo da subito introdotto nell’ambiente e trattato con amicizia dal Canonico Spano, primo Commissario per i Musei e gli Scavi della Sardegna e poi direttore del Museo di Cagliari, e acquisire, non appena ne ha notizia, la preziosa collezione di Giovanni Busachi, tra cui c’erano un preziosissimo scarabeo intarsiato con punte d’oro, insieme ad altri numerosi reperti che Busachi aveva messo insieme in trent’anni di lavori e scavi. Dopo la morte del Canonico Spano, nel 1878, Pischedda strinse cordiali rapporti con il suo successore, Filippo Vivanet e il fedele discepolo dello Spano, Filippo Nissardi. Attraverso questi buoni legami, nel luglio del 1891 il Pischedda chiese e ottenne dal Ministero dell’Istruzione Pubblica il permesso per effettuare degli scavi a Tharros e nel Sinis di Cabras.
Askòs
I suoi primi scavi riguardano la zona de “Su MuruMannu”, la fortificazione muraria a ponente della torre di San Giovanni di Sinis, dove rinviene diverse tombe romane. Questi ritrovamenti sono documentati dalle lettere che lo stesso Pischedda scrisse a Vivanet, in cui sono descritti minuziosamente e talvolta illustrati gli oggetti rinvenuti: si tratta di terrecotte, stoviglie, medaglioni, resti d’iscrizioni e corredi funerari minimi. 
Deluso dall’esito insoddisfacente delle ricerche (per chi come il Pischedda mirava alla scoperta di oggetti antichi), l’avvocatosi spostò sull’istmo, ai piedi della valle dei morti di Tharros, violata daicerca tesori del 1851, e si imbatté, in località “Sa Cordiola”, in una tomba a camera cartaginese, facente parte dell’estremo lembo settentrionale della necropoli punica tharrense. 
Successivamente Pischedda proseguì i suoi scavi ottenendo il rinnovo della concessione di scavo da parte del Ministero. Nel dicembre 1893 il Vivanet reclamò dall’Avvocato una nuova relazione sulle sue indagini, ma non sappiamo se tale richiesta avesse una risposta positiva. In realtà Efisio Pischedda dopo gli esordi deludenti doveva aver messo le mani su un vasto sepolcreto assolutamente vergine: secondo la recente ipotesi di Giovanni Tore è plausibile che egli avesse concentrato i suoi sforzi nella necropoli settentrionale di Tharros, sulle scogliere del villaggio di S. Giovanni di Sinis, dove c'è anche l'omonima chiesa, nella località di Santu Marcu, esplicitamente richiamata nella autorizzazione di scavo. Secondo il parere di un illustre archeologo tedesco, Franz Von Duhn, molte delle terracotte figurate puniche e delle ceramiche etrusche ed attiche della collezione Pischedda viste nella sua dimora privata (che si trovava allora in via La Marmora 10, corrispondente all’attuale 26-30) facevano parte delle più ricche sepolture delle necropoli fenicio-puniche di Tharros. Da esse provenivano tra l’altro tre kantharoi inbucchero etrusco (600-575 a.C.), un askòs e una lekythos ariballica attici a figure rosse(prima metà del IV sec. a.C.) ed una placchetta di dea stante con il tamburello della seconda metà del VI sec. a.C.
Nell’abitazione privata del Pischedda era collocato il Museo Pischedda, «la più cospicua fra le collezioni private formatesi inSardegna», come ebbe a scrivere nel 1948 l’archeologo Doro Levi. Per mezzo secolo, sino alla sua morte, Efisio Pischedda accolse nel suo Museo studiosi provenienti dall’Italia e da numerose nazioni europee, intrattenendo anche rapporti epistolari con archeologi di chiara fama. Il Pischedda apriva tuttavia le porte del suo museo anche ai rari turisti della Oristano del primo Novecento, tant’è vero che la prima edizione della Guida Rossa della Sardegna, del Touring Club Italiano, ospitava nel capitolo su Oristano un puntuale riferimento alla collezione Pischedda.
Interno del Museo
Una tradizione orale raccolta dalle labbra dell’ultima governante di Efisio Pischedda, Donna Sara Marongiu, da parte del primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, Peppetto Pau, racconta che la notte della morte la cassetta con gli ori punici e romani e le gemme fu recata ad un misterioso avventuriero che aveva preso temporaneo alloggio all’Albergo Industriale (poi Firenze) in Piazza Roma. Così scomparvero i primi amati pezzi della collezione Pischedda. Gli altri reperti corsero il rischio di passare al British Museum e a Berlino. Fortunatamente, otto anni dopo la morte dell’avvocato, nel 1938, il podestà di Oristano Paolo Lugas e l’archeologo Doro Levi riuscirono ad far acquistare al Comune i materiali di Pischedda e a costituire l’Antiquarium Arborense. Una scritta, incisa a palazzo Parpaglia su una lastra di marmo bianco, commemora l’avvenuta costituzione dell’ “Antiquarium” cittadino:


LA COLLEZIONE QVI ESPOSTA
PRENDE IL NOME DAL
COMM. AVV. EFISIO PISCHEDDA
DAI CVI EREDI L’ACQVISTÒ

IL COMVNE DI ORISTANO
NELL’ ANNO MCMXXXVIII-XVI.

( liberamente tratto da "Antiquarium Arborense" di Raimondo Zucca, collana Guide e Itinerari Sardegna archeologica, Carlo Delfino editore, 1998)

domenica 15 febbraio 2015

Vuoi vedere un film di Wenders?

C’è voluta l’influenza, qualche settimana fa, per farmi scoprire Wenders. Ho iniziato con The Million Dollar Hotel, un film del 2000, che racconta di alcuni sbandati, ospitati in un albergo di Los Angeles. 
La trama gira intorno alla storia d’amore tra Tom Tom (Jeremy Davies) ed Eloise (Milla Jovovich), mentre l’agente FBI Skinner (Mel Gibson) deve risolvere un complicato caso di omicidio. La sceneggiatura del film è di Bono degli U2, e degli U2 sono anche le canzoni che fanno da colonna sonora al film.  L’albergo del film è stato reso famoso, dagli stessi U2, nel video di Where the Streets Have No Name.
In seguito, l’influenza era ormai un ricordo, ho risalito in disordine la filmografia di Wenders: Il Cielo sopra Berlino, Falso Movimento, Lo stato delle Cose, Fino alla fine del mondo. Non tutti questi film mi sono piaciuti alla stesso modo, pare comunque che siano tra i suoi capolavori.
Di certo si tratta di un regista di grande fama, che merita di essere apprezzato. Ho l’impressione, da profano, che i suoi film non si vedano per come vanno a finire, ma nella speranza che non finiscano mai. Tale e tanta è la qualità, come regista, di Wenders. Quello che maggiormente mi attrae e mi colpisce, del suo cinema, oltre al lato pittorico dell’immagine,  è il modo in cui sono architettate le storie.  Il tema ricorrente è il viaggio, sia nel suo senso reale – spostamento fisico – sia in quello psicologico, cioè come scavo interiore dei personaggi. Ma la cosa particolare, dicevo, è la trama, che sembra qualcosa di fragile e incerto. Quasi diresti che non esista, e si perda come un’ipotesi o una metafora alla fine di ogni film.
I personaggi invece, loro sì, sono dominanti. Ogni film vive soltanto nello spazio fra i personaggi e dei rapporti fra essi. Perennemente in fuga, in relazione tormentata con sé stessi, la vita e il mondo attorno, sono loro a farla da padroni e dettare i tempi, l’azione e gli avvenimenti. Come in Lo stato delle cose, dove c’è un film da girare a Lisbona, un produttore corso via, e gli attori che non sanno che fare del proprio tempo; e danno semplicemente l’idea di vivere, dietro la cinepresa, la vita reale, intesa come precarietà e frammento, problemi quotidiani. 
Si reggono molto anche sulle parole e la musica, i film di Wenders. Sono le sottolineature epiche che questo regista utilizza di più. Immagino molti critici azzuffarsi per riuscire a decifrare il messaggio di un regista così complesso, di fronte a storie che hanno tutto l’aspetto del mosaico e della pluralità dei linguaggi, quando l'arte diventa un piacevole rompicapo.  

La storia de Su Componidori

La maschera de Su Componidori (foto www.oristanesi.it)
A Oristano la Sartiglia non si è sempre corsa ma si dice che Su Componidori non abbia mai fatto mancare la sua benedizione alla città, anche negli anni terribili di guerre, pestilenze, desolazione e morte. Come nel 1656, quando la peste nera uccise gran parte della popolazione di Oristano e dei paesi vicini. Quella volta, Su Componidori fu vestito nella notte dalla massaia manna, al lume di candela. E con  Sa Pippia 'e maiu (la bambina di maggio, il suo scettro di violette) uscì per una deserta via Duomo a dare il suo saluto agli scorci medievali della città
Buona parte del fascino della Sartiglia, sta proprio nella figura grottesca e  indefinibile del capocorsa. A cominciare dalla sua maschera, che gli conferisce uno straordinario fascino, e dal suo vestito, che mescola abilmente pezzi di Medio Evo con presenza catalana e piemontese. Una camicia di merletti, il velo bianco e il cilndro, stivali di cuoio su abito da cavaliere.  
Intorno a lui ruota tutta la manifestazione, che ufficialmente inizia il giorno della Candelora con la scelta da parte del presidente del Gremio (quello dei Contadini e dei Falegnami, le antiche corporazioni, in passato erano molte di più) de Su Componidori e con la consegna del cero benedetto. 
Su Componidori esce dalla casa del Gremio 
Ma è la vestizione, il giorno della domenica e il martedì di Carnevale, a trasformare un cavaliere come tanti in una divinità agricola, nè uomo nè donna. La cerimonia inizia verso mezzogiorno, alla presenza di poche decine di invitati nella casa del Gremio.  Secondo un preciso rituale, is massaieddas, coordinate da Sa massaia manna,  tutte donne in costume sardo, se ne occupano con destrezza. E Su Componidori, seduto su una sedia posta sopra un tavolo, con a fianco la bandiera del Gremio, da quel momento non può più toccare terra, e dovrà salire direttamente sul suo cavallo.
Fuori lo attendono Su Segundu e Su Terzu, al primo di questi è riservato l'onore come per il capocorsa della discesa con su stoccu, la spada di legno. Sulle spalle de Su Componidori, invece, c'è tutto il peso dell'andamento della giostra. A lui spetta l'inizio alla giostra  attraverso l'incrocio delle spade con Su Segundu, sotto la stella, antico segno di lealtà cavalleresca. E poi la prima discesa, e la scelta dei cavalieri che parteciperanno alla corsa alla stella. E ancora a lui toccano la decisione di chiudere la manifestazione, e la discesa conclusiva per dare la benedizione, quando sdraiato in modo spettacolare sul proprio cavallo agita nell'aria Sa Pippia 'e Maiu.
Da via Duomo, con le ombre del crepuscolo invernale che calano veloci sulla folla, ci si sposta allora nella Via Mazzini, per le Pariglie. Anticamente queste acrobazie di cavalieri che discendono riuniti in terzetto, erano lo spettacolo che avveniva fuori dalle mura giudicali di Oristano ed erano l'espressione del divertimento popolare, mentre la Sartiglia era riservata all'aristocrazia. Anche qui l'apertura spetta a Su Componidori, al quale però è vietato esibirsi in giochi pericolosi. 
A fine giornata, quando viene svestito dalle massaie e gli viene levata la maschera, quello de Su Componidori è il volto di un lottatore stremato, consapevole di avere vissuto una giornata indimenticabile e di esserne stato il grande protagonista. Questo bellissimo video, racconta l'esperienza con le parole di chi l'ha vissuta. 

domenica 8 febbraio 2015

Le origini della Sartiglia

Su Componidori con Su Segundu e Su Terzu (foto Flickr)
Per tradizione, a Oristano l'ultima domenica di Carnevale e il martedì successivo si corre la Sartiglia - dal latino sors, fortuna e sorticula, anello -  uno dei più antichi tornei cavallereschi che si corrano in Europa e nel Mediterraneo. 
Si tratta di una corsa alla stella - che nel tempo ha sostituito l'anello - in cui si mescolano antichi riti agrari nei quali la civiltà agropastorale  si augura un buon raccolto, e la follia del Carnevale.
Nell'Archivio Storico del Comune di Oristano, precisamente nei Registri di Consiglieria, la corsa all'anello - Sortilla, in catalano - progenitrice della Sartiglia, viene menzionata già nel 1547, anno in cui nella cittadina arborense si onorarono con giostre equestri le gesta dell'imperatore Carlo V d'Asburgo. Ma le origini della giostra sono sicuramente più antiche, e vanno fatte risalire alla metà del XI secolo. 
La sua introduzione in Europa sarebbe avvenuta ad opera dei Crociati, che ne appresero l'uso dai nemici Saraceni. Si trattava di uno spettacolo comunque riservato alle classi nobiliari. Nel XIII secolo i giudici del Giudicato d'Arborea ne importarono l'uso dalla Spagna, dove era  c'era una Sortija o Sartilla, gioco militare praticato dalla Corte aragonese in tempo di pace. 
Secondo la tradizione, nel Giudicato, a causa del profondo odio per i dominatori aragonesi, nella confusione carnevalesca la sfida si faceva spesso cruenta e sanguinosa, e per porre un freno alle risse il canonico oristanese Giovanni Dessì, nel 1543, dispose dei legati a favore del Gremio dei Falegnami e dei Contadini, che avrebbero dovuto assicurare il corretto svolgimento della manifestazione, e che si tenesse ogni anno. A tal fine il canonico Dessì fece anche dei lasciti.
La Sartiglia (vedi il video)  si trasformò quindi da arte riservata ai militari d'alto rango esibita più volte l'anno, in occasioni speciali, e nacque come evento popolare legato al Carnevale. L'anno da cui si inizia a contare per la moderna Sartiglia è però più antico, infatti la prima edizione risale al 1465. 

venerdì 29 agosto 2014

Il vero ritratto di Eleonora d'Arborea (2ª parte)

Di certo Eleonora, se vogliamo restare alla storia, ci appare nel suo tratto deciso di domina sarda, intenta all'arte di governo e capace nel comando. Bellieni ritiene logico accostarla, più che a un'ideale figura da lirica provenzale o dolce stil nuovo, ad altre donne guerriere. 
A Ibn Caldun, per esempio, condottiera dei latino africani e delle tribù berbere nell'invasione araba, a cui era simile il popolo dei sardi definiti "Rum Afarica berberizzanti", per le tradizioni e i costumi comuni.
Eleonora si rivelerà soprattutto nell'attività legislativa, e nella capacità di essere una madre di famiglia prudente e saggia, ma anche irremovibile, quando il re di Spagna Don Pietro, le richiederà di dare il proprio figlio in cambio della liberazione del marito Brancaleone D'Oria. In questo passaggio, c'è probabilmente la chiave di tutto il suo carattere. 
Morti il padre e il fratello Ugone, preferisce la guerra agli Aragonesi, a una resa disonorevole. Disobbedisce alle richieste pressanti del marito, che gli consigliava di riporre tutto nelle mani del sovrano, in modo da poter recuperare la libertà. Assume il controllo del regno, che le toccava per diritto dinastico, e per un'ideale di giustizia, impugna le redini del proprio cavallo e corre da una parte all'altra della Sardegna, motivando alla battaglia per la propria libertà tutti i sardi. 
Secondo diversi storici, tra cui Raimondo Zucca, l'unica immagine di Eleonora d'Arborea si trova nella chiesa di San Gavino martire, e risale al quattordicesimo secolo. La chiesa è considerata una sorta di pantheon celebrativo degli Arborea, e si trova a poca distanza dal castello di Monreale, che costituiva la residenza estiva della famiglia. 

giovedì 28 agosto 2014

Il vero ritratto di Eleonora d'Arborea

Di una delle donne più importanti per la storia di Oristano e la Sardegna, a cui si deve l'eredità di una costituzione come la Carta de Logu, e che ai tempi del Giudicato d'Arborea combattè fieramente per l'indipendenza del popolo sardo, non esiste purtroppo alcun ritratto accertato.
Lo scorso anno, in occasione di Monumenti aperti 2012, il 13 maggio i visitatori hanno potuto ammirare tra i tanti edifici storici della città di Oristano anche il Palazzo Campus Colonna. Un edificio signorile acquistato in tempi recenti dall'amministrazione comunale, e diventato sede di lavoro della Giunta e del Sindaco. 
Nei locali del palazzo si trova una vasta rassegna di bei quadri, realizzati da artisti del Novecento sardo, come Antonio Corriga, Carlo Contini, soltanto per citarne alcuni. 
Nell'ufficio del sindaco, tra arredi di notevole pregio e mobili d'epoca, si trova anche un'opera della fine dell'Ottocento del pittore Antonio Benini, raffigurante Eleonora d'Arborea (vedi foto a lato). Una donna avvenente e dal corpo slanciato, in abiti eleganti da corte barcellonese, è in atto di scrivere proprio la Carta de Logu e si rivolge al ritrattista.
Per realizzare il quadro il Benini utilizzò una pittura del seicento che recava sul retro la scritta "ritratto di Eleonora". Ma quella era davvero Eleonora d'Arborea? 
In realtà, la signora del quadro a cui  il Benini si ispirò fedelmente, e di cui di conseguenza il suo è una riproduzione, era  Giovanna di Castiglia detta la Pazza (Joana d'Aragó i de Castella o Joana la Boja, 1479-1555). Una donna anch'essa importante, e dall'esistenza piuttosto tormentata. Probabilmente, lontana dalla figura combattiva e di eroina romantica, che il tempo ha finito per cucire intorno a Eleonora d'Arborea. 
E' stato lo storico sardista Camillo Bellieni, nel suo libro sulla giudicessa ("Eleonora d'Arborea" Ilisso 7€) a chiarire il clima di fervida  fantasia in cui si mossero gli scrittori isolani del periodo 1840-1870, e in cui si può inserire anche questo ritratto. Le ricostruzioni, che cercavano di colmare evidenti lacune storiche, trasformarono la Oristano giudicale in una Arles sarda, dove si cantava di guerra e d'amore e s'insegnava una gaia scienza che al volgare provenzale sostituiva quello del Campidano. E naturalmente a Eleonora non fu fatto mancare un maestro di lettere  italiane e latine, tutto impegnato nell'educazione della giovane. Noi però non sappiamo quale istruzione lei abbia davvero ricevuto, e se fosse una bella donna oppure no.

( fine prima parte...  continua qui)     

mercoledì 16 luglio 2014

S'arena scoada

S'arena scoada in primavera (foto flickr ) 
Tra le spiagge della provincia di Oristano, una citazione merita senz'altro S'arena scoada, per la bellezza delle acque e di tutto il litorale. Si trova nella marina di San Vero Milis,  accanto alla località balneare di Putzu Idu, e ad altre spiagge come Su Pallosu, Sa Mesa longa.  
Con il suo borgo turistico di piccole villette, S'arena scoada è la meta ideale di chi durante l'estate cerca  case o appartamenti in affitto, o in vendita, in luoghi che  pur non privi di abitanti sono lontani dal clamore e da eccessivi flussi turistici. 
Come arrivare:  l'itinerario per la spiaggia di S'arena scoada non differisce da quello per Putzu Idu, ovvero da Oristano è sufficiente immettersi sulla strada provinciale 292 e seguire queste indicazioni. Giunti a Putzu Idu, si svolta a sinistra e si attraversa il breve tratto asfaltato  dentro la località balneare. In qualche minuto sarete giunti al grazioso lungomare. 
Fondale e costa: oltre a un mare bellissimo, di un azzurro trasparente che sembra tropicale (di recente ho scoperto che la colorazione dell'acqua marina è data dalla concentrazione dei sali, e non come si solito si crede solo dal fondale), le acque sono abbastanza basse e adatte anche alle nuotate dei più piccoli. Ragion per cui, S'arena scoada è un posto molto frequentato da famiglie con bambini.  La sabbia, candida e brillante, è di tipo quarzoso, almeno in parte: cioè trovate un po' del quarzo presente a Mari ermi ed Is Arutas, misto a grana più fine.  La costa è formata da piccole cale argilloso-calcaree, che purtroppo lentamente il mare sta erodendo. Alcune di queste sono molto belle e raggiungibili solo a nuoto, o passeggiando in acqua,  e sono perfette per gli innamorati e le coppie. Trattandosi di una spiaggia orientata a ovest, come la maggior parte  di quelle del golfo di Oristano, nelle giornate di maestrale questo tratto di costa diventa perfetto per gli amanti del windsurf e del kitesurfPer coloro che amano la natura, invece, nei paraggi è possibili fare camminate a piedi verso la zona di Capo Mannu e Punta S'incodina, o una breve escursione alle vicine saline di Sale 'e porcus. Dalla spiaggia, inoltre, si gode di un'ottima vista verso l'isola di Mal di Ventre
Origine del nome:  il nome "S'arena scoada" significa letteralmente la sabbia colata. Ma si tratta di un'errata interpretazione di quello originario, che era "S'aena scoada" e significava l'asina senza coda.  

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sabato 7 giugno 2014

La spiaggia di San Giovanni di Sinis ( 2a e ultima parte)


Un po' di storia: Fino agli anni ottanta, il villaggio e la strada che porta in cima alla torre, ospitavano le caratteristiche "baraccas", le capanne di falasco dei pescatori, costruite con un'intelaiatura di tronchi e con le pareti e il tetto di un'erba palustre molto diffusa in questa zona. Il fascino della spiaggia di San Giovanni è accresciuta dalla presenza di uno dei siti archeologici più importanti della Sardegna: le rovine della città fenicio punica, e poi romana, di Tharros. 
Quella che si può vedere oggi è ciò che resta della città imperiale, con le strade lastricate che digradano dolcemente verso il mare, dove è nascosta parte dell'antica Tharros. L'area archeologica è visitabile con o senza la guida, e con un breve tour si può scoprire il compitum, ovvero la piazzetta dei Lares di età augustea, un piccolo anfiteatro, i resti del villaggio nuragico (dove si trovava il tophet, in cui avveniva il sacrificio di piccoli animali ed erano offerti alla divinità i bambini morti neonati), ciò che rimane di un tempio punico, le terme, e un importante battistero paleocristiano.
Uscendo dal sito archeologico si trova il sentiero, percorribile soltanto a piedi, che conduce al promontorio di Capo San Marco, che con il suo faro è l'estrema vedetta del golfo di Oristano. Lungo il percorso, seminascoste da palme nane e lentisco, si trovano i resti della necropoli cartaginese e le sontuose tombe a camera, i cui ricchissimi corredi di ori, sono stati depredati a metà ottocento, andando ad arricchire il museo del Louvre, il British Museum, ma anche le collezioni italiane a Torino e Pavia. Più avanti, presso il fortino militare, c'è il nuraghe Baboe Cabitza.

Mare vivo e mar morto: da Capo San Marco, si domina il mare aperto e Minorca, isoletta spagnola distante non più di 172 miglia marine. Questa posizione per i fenici risultò strategica, in quanto Tharros era l'ultima tappa dei viaggi verso la penisola iberica. Inoltre, la penisola del Sinis e la spiaggia di San Giovanni di Sinis, presentavano il vantaggio di un possibile approdo con ogni vento: il "mare aperto", se il vento soffiava da ponente e cioè dal mare, oppure il "mar morto", se al contrario il vento spirava da terra. La spiaggia era anche il luogo dove i fenici al loro arrivo deponevano le merci, e intrapresero i primi scambi con le popolazioni locali.

Sullo stesso argomento, vedi: La spiaggia di San Giovanni di Sinis

martedì 3 giugno 2014

La spiaggia di San Giovanni di Sinis


Uno dei luoghi più belli a cui puntare, se capitate in provincia di Oristano, è senza dubbio la spiaggia di San Giovanni di Sinis, che si estende per circa 4 km lungo il lato occidentale della Penisola del Sinis, inframezzata da parti rocciose di arenaria e basalto, e dalla suggestiva torre. 
Il Sinis è tante cose insieme, e questa zona, che chiude il golfo di Oristano, le racchiude magnificamente: natura e colori sgargianti in ogni stagione, in particolare in primavera (vedi alcune foto); mare cristallino e panorama mozzafiato, ovunque si diriga lo sguardo, scenografiche insenature. 
Come arrivare: da Oristano si prende l'uscita per Cabras (qui l'itinerario), e si prosegue sulla strada provinciale per circa 20 km, la spiaggia è ben segnalata e facilmente raggiungibile. 
Sul percorso, all'uscita del comune di Cabras, ci si lascia alla destra lo stagno di Cabras, che rappresenta un ottimo punto di sosta per gli amanti del birdwatching. Proseguendo, ci si inoltra lentamente in un'ampia e brulla pianura fatta di coltivazioni che per secoli sono state "in arido", e ancora oggi conserva un aspetto poco addomesticato. 
Dopo qualche chilometro, superato il canale scolmatore, si può intravedere in lontananza sulla sinistra la laguna di Mistras. 
Il villaggio balneare: alla fine del percorso, si giunge all'ex-borgo di pescatori, oggi un paesello con diversi bar e ristoranti, una discreta animazione estiva, poche strade interne non asfaltate e polverose, e abitazioni dove i villeggianti possono prendere in affitto una stanza o prenotare in qualche bed and breakfast. 
Nella piazza centrale, si trova la piccola chiesa di San Giovanni di Sinis, la cui pianta originaria è del VI secolo, in principio a croce greca e in seguito trasformata a croce latina. 
Consiglio senz'altro una visita a questa bella e antica costruzione, aperta tutto l'anno. All'interno della chiesa, si trova un curioso registro delle presenze, dove ciascuno  può lasciare la propria firma, ce ne sono da posti lontanissimi. 
All'arrivo al villaggio dovrete obbligatoriamente svoltare a sinistra, giungendo così a un ampio slargo che ospita, durante l'estate, il punto di acquisto dei ticket per la sosta e una zona per il parcheggio a pagamento. Con la macchina è conveniente procedere ancora oltre, fino alla fine dei chioschi disposti a lato della strada. Parcheggiata l'auto, si può scendere e iniziare una tranquilla passeggiata  e una poco impegnativa salita, lunga non più di cinquecento metri, verso la maestosa torre spagnola di San Giovanni di Sinis, costruita da Filippo II di Spagna tra il 1580 e il 1610, durante la dominazione spagnola, per far fronte alle incursioni barbaresche. 

( fine prima parte)

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martedì 20 maggio 2014

Is Arutas, a small piece of paradise

La spiaggia di Is Arutas
Adatta più a chi ama il camping che a chi cerca una sistemazione in hotel (nel giro di qualche km non se ne trovano), la spiaggia di Is Arutas è un piccolo angolo di paradiso incastonato nella Penisola del Sinis. Lunga circa 4-5 km, la sua bellezza è nota ai locali, molto meno invece ai turisti che capitano qui per la prima volta. E più di qualcuno, quest'anno, ha storto il naso: com'è stato possibile che ci si sia dimenticati di questo posto da sogno nell'assegnazione della bandiera blu, da parte di Legambiente? La particolarità dell'arenile è di essere costituito non da sabbia, ma da piccoli granelli di quarzo, grandi come chicchi di riso, bianchi e colorati. L'effetto, in un paesaggio di basse rocce d'arenaria, è spettacolare (qui alcune foto e un video).
 Come arrivare: giungere a Is Arutas non è difficile (vedi la mappa del percorso). Da Cabras o da Oristano, si seguono le indicazioni per Tharros e San Giovanni di Sinis, poi s'imbocca la strada provinciale, e all'altezza del villaggio di San Salvatore, in corrispondenza dell'indicazione, si svolta a destra. Dopo circa 1,5 km, si svolta ancora a sinistra e si prosegue dritti per altri 5 km. La strada asfaltata giunge fino alla zona antistante la spiaggia, e il mare appare all'improvviso dietro una curva con un'incredibile varietà d'azzurri e di trasparenze.
L'acqua a Is Arutas
Tutela: le stupende e particolarissime spiagge di Is Arutas, Mari Ermi, Maimoni, derivano dalla lenta erosione, in epoca geologica lontana, dei giacimenti quarziferi dell'isola di Mal di Ventre. Si tratta di un capolavoro naturale non riproducibile. Negli anni, sono state oggetto di continue rapine un po' da parte di tutti, nel tentativo di portar via come souvenir questi granelli trasparenti. Per fermare queste azioni poco corrette, l'Area Marina Protetta di Sinis Mal di Ventre, istituita con D.M 12.12.1997, ha promosso diverse campagne di turismo responsabile, volte a tutelare i valori paesaggistici e naturalistici della zona. Tra questi, "Amico non portarmi via" il volantino che riporta il lamento di un granello di quarzo: "Da milioni di anni sto qui, nato negli abissi del mare, confuso tra i bianchi silenzi del Sinis. Per favore non portarmi via". 

sabato 17 maggio 2014

Gli spaghetti ai ricci di mare

Ingredienti per 4 persone:
400 gr di spaghetti
60 ricci di mare
1 ciuffetto di prezzemolo tritato
4 spicchi d'aglio
2 dl di olio extravergine d'oliva
mezzo bicchiere di Vernaccia
sale
peperoncino


Preparazione: Gli spaghetti con i ricci di mare sono un piatto tipico della cucina mediterranea, personalizzabile con prodotti genuini dell'oristanese. Servono innanzitutto una buona quantità di ricci freschi di Cabras o della marina di San Vero Milis. La varietà che qui si pesca è, come dovunque, il riccio viola (paracentrotus lividus), che contrariamente alla convinzione popolare non è la "femmina" del riccio, ma un'altra varietà rispetto al riccio nero (arbacia lixula), considerato solitamente il "maschio" (in realtà i ricci sono ermafroditi) e meno buono, in quanto quasi vuoto. Il periodo propizio per la raccolta va da settembre ad aprile, e come si sa, si tratta di un'autentica leccornia in grado di impreziosire con il proprio sapore numerosi piatti. 
Per iniziare, tagliare i ricci e prelevarne con cura la polpa, poi preparare un soffritto in padella con aglio, olio d’oliva e prezzemolo nelle quantità indicate, facendo indorare l’aglio. Versare quindi circa mezzo bicchiere o poco più di Vernaccia, che rispetto al vino bianco è una scelta più tenue e delicata. Lasciare raffinare il tutto per qualche minuto, aggiungendo un pizzico di sale. Nel frattempo portare a cottura, al dente, gli spaghetti, scolarli, e aggiungerli al brodino fatto in padella, avendo cura di girarli e farli amalgamare al brodino appena preparato. A questo punto mettere gli spaghetti nel piatto, condire con la polpa di riccio, e aggiungere un’ultima spolverata di prezzemolo ed eventualmente di peperoncino. Questo video vi illustra in modo semplice tutto il procedimento. Il risultato è assicurato, e la soddisfazione per il palato più che garantita!

Tempo per la preparazione: circa un’ora e mezza

Tempo di cottura: quindici minuti

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