lunedì 10 marzo 2014

La chiesa di San Giovanni di Sinis

Lo scrittore americano J.E. Crawford Flitch, nel maggio 1910, durante la sua visita a Tharros, dedica alla chiesa di San Giovanni di Sinis queste parole: “Raggiunsi infine la stretta penisola che terminava con il capo San Marco. Qui quale conveniente epilogo a questa morta regione si leva una basilica bizantina grigia, in rovina e abbandonata su un deserto di sabbia: le sue opere e finestre sono murate, la sua bianca cupola sbrecciata e informe. Ha l’aspetto di estrema vecchiaia, eppure era la più tarda opera dell’uomo eretta presso questa desolata riva, costruita nell’ottavo secolo. I costruttori, per risparmiare fatica, hanno usato largamente i mattoni e le colonne della città romana poco lontana. Un poco più in là c’è la cava che ha fornito il materiale per la sua costruzione: i rottami dell’antica Tharros.”
Il testo di Flitch è molto bello, anche nella parte riguardante Tharros, forse uno dei migliori per il modo di raccontare l’area archeologica: coglie molto bene gli elementi romantici del paesaggio, e il senso di ineluttabilità della storia che si accompagna alla contemplazione della vecchia città. Ma la chiesa di san Giovanni di Sinis, in realtà, è più antica. In una lettera di papa Gregorio Magno (599 d.c.) si menziona un vescovo della“diocesi di Sines”, e fonti più antiche parlano di un “ecclesia sancti Marci” del V-VI secolo, con annesso battistero, che sorgeva presso un settore della necropoli fenicio-punica, costituita da un edificio a croce greca che riproduceva su scala più piccola la pianta di una delle più importanti basiliche della cristianità, sita a Costantinopoli e in seguito andata completamente distrutta.

La chiesa di San Giovanni di Sinis nasce appunto da una trasformazione del primitivo complesso - avvenuta entro il VII secolo - dove il braccio orientale divenne un’abside perfettamente orientata a Est, quello occidentale si sviluppò come navata mediana, e i bracci trasversali rimasero, fungendo da navate laterali. 
Questi ultimi sono ciò che resta dell’edificio originario, insieme al corpo cupolato, mentre la bifora dell’abside e l’oculo della facciata sono di età protoromanica. Per i vari interventi, sia quelli costruttivi iniziali che di ampliamento, si utilizzarono, come scrive Flitch,conci d’arenaria provenienti dalle rovine di Tharros.

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domenica 2 marzo 2014

La storia de Su Componidori

La maschera de Su Componidori (foto www.oristanesi.it)
A Oristano la Sartiglia non si è sempre corsa ma si dice che Su Componidori non abbia mai fatto mancare la sua benedizione alla città, anche negli anni terribili di guerre, pestilenze, desolazione e morte. Come nel 1656, quando la peste nera uccise gran parte della popolazione di Oristano e dei paesi vicini. Quella volta, Su Componidori fu vestito nella notte dalla massaia manna, al lume di candela. E con  Sa Pippia 'e maiu (la bambina di maggio, il suo scettro di violette) uscì per una deserta via Duomo a dare il suo saluto agli scorci medievali della città
Buona parte del fascino della Sartiglia, sta proprio nella figura grottesca e  indefinibile del capocorsa. A cominciare dalla sua maschera, che gli conferisce uno straordinario fascino, e dal suo vestito, che mescola abilmente pezzi di Medio Evo con presenza catalana e piemontese. Una camicia di merletti, il velo bianco e il cilndro, stivali di cuoio su abito da cavaliere.  
Intorno a lui ruota tutta la manifestazione, che ufficialmente inizia il giorno della Candelora con la scelta da parte del presidente del Gremio (quello dei Contadini e dei Falegnami, le antiche corporazioni, in passato erano molte di più) de Su Componidori e con la consegna del cero benedetto. 
Su Componidori esce dalla casa del Gremio 
Ma è la vestizione, il giorno della domenica e il martedì di Carnevale, a trasformare un cavaliere come tanti in una divinità agricola, nè uomo nè donna. La cerimonia inizia verso mezzogiorno, alla presenza di poche decine di invitati nella casa del Gremio.  Secondo un preciso  rituale, is massaieddas, coordinate da Sa massaia manna,  tutte donne in costume sardo, se ne occupano con destrezza. E Su Componidori, seduto su una sedia posta sopra un tavolo, con a fianco la bandiera del Gremio, da quel momento non può più toccare terra, e dovrà salire direttamente sul suo cavallo.
Fuori lo attendono Su Segundu e Su Terzu, al primo di questi è riservato l'onore come per il capocorsa della discesa con su stoccu, la spada di legno. Sulle spalle de Su Componidori, invece, c'è tutto il peso dell'andamento della giostra. A lui spetta l'inizio alla giostra  attraverso l'incrocio delle spade con Su Segundu, sotto la stella, antico segno di lealtà cavalleresca. E poi la prima discesa, e la scelta dei cavalieri che parteciperanno alla corsa alla stella. E ancora a lui toccano la decisione di chiudere la manifestazione, e la discesa conclusiva per dare la benedizione, quando sdraiato in modo spettacolare sul proprio cavallo agita nell'aria Sa Pippia 'e Maiu.
Da via Duomo, con le ombre del crepuscolo invernale che calano veloci sulla folla, ci si sposta allora nella Via Mazzini, per le Pariglie. Anticamente queste acrobazie di cavalieri che discendono riuniti in terzetto, erano lo spettacolo che avveniva fuori dalle mura giudicali di Oristano ed erano l'espressione del divertimento popolare, mentre la Sartiglia era riservata all'aristocrazia. Anche qui l'apertura spetta a Su Componidori, al quale però è vietato esibirsi in giochi pericolosi. 
A fine giornata, quando viene svestito dalle massaie e gli viene levata la maschera, quello de Su Componidori è il volto di un lottatore stremato, consapevole di avere vissuto una giornata indimenticabile e di esserne stato il grande protagonista. Questo bellissimo video, racconta l'esperienza con le parole di chi l'ha vissuta. 

mercoledì 26 febbraio 2014

La volpe che fa la guardia a Tharros

Il guardiano di Tharros, una volpe
Tempi duri quelli attuali, per le volpi. Non ci sono più i pollai di una volta, dove catapultarsi di nascosto, di notte, e rubare qualche gallina, senza rischiare di finire come Pinocchio, legati alla catena a fare il cane da guardia, perché la loro furbizia è proverbiale; nè è facile introdursi dentro una vigna e trovare un un bel grappolo d'uva matura su cui affondare i denti, ché i contadini che dimenticano di recintare i loro orti sono sempre di meno. 
Così, oggi, anche le volpi cercano d'ingegnarsi come possono, ad esempio dando luogo ad affettuose convivenze con l'uomo (vedi il video) e rompendo un'atavica diffidenza.
A me quest'animale, un misto di libertà e intuito, così simile a noi umani, ha sempre ispirato una certa simpatia. Sarà che sulla favola "La volpe e il granchio", a cinque anni, ci ho imparato a leggere. In quella storia si raccontava la storia di una corsa fra i due, dove il granchio arriva primo perché durante la competizione si aggrappa alla coda della volpe. Segno di come anche lei, a volte, possa essere battuta proprio in astuzia.
Dalle parti di San Giovanni di Sinis, presso le rovine di Tharros, di volpe ce n'è una davvero simpatica. E' abbastanza diffidente, ma... non esita, ogni tanto, a farsi vedere dai misteriosi umani e chiedere un po' di cibo. Lo fa soprattutto di notte. 
Anche a me è capitato di vederla una sera, sarà stato circa un anno fa. Con un amico ci eravamo fermati, in macchina, sulla strada sterrata che porta alla torre di San Giovanni. A un certo punto abbiamo sentito raschiare alla portiera dell'auto, ed era lei...la volpe! Grande quanto un lupacchiotto, un occhio guercio, più in salute di quando altri l'avevano avvistata tempo fa, e ben nutrita (vedi anche i commenti della pagina facebook Mari Ermi, dove ho poi scoperto che è una celebrità). 
Come facesse il solito giro di ricognizione, ha bussato con ordine alle altre auto parcheggiate lì vicino, ricevendo in cambio diversi piccoli regali. Dopo si è messa un attimo a fissare il mare, e i riflessi che la luna ci faceva sopra, con la malinconia di un nostromo in pensione, ma visibilmente soddisfatta. Immagino che poi sarà tornata tra le pietre di Tharros, a fare la guardia a qualche antico punico sepolto là.




giovedì 20 febbraio 2014

I fatti fritti (para frittus)

Carnevale è ormai alle porte, che ne dite di prepararvi a festeggiarlo con delle buonissime frittelle? Quali i fatti fritti, appunto, dove uno tira l'altro, come con le ciliegie.


Ingredienti:
1 kg di farina ( 1/2 manitoba e 1/2 farina 00)
4 uova
120 gr. di burro
mezzo litro di latte 
100 gr. di zucchero
50 gr. di lievito di birra 
2 arance, grattugiare la scorza e spremere il succo 
1 pizzico di sale
un bicchierino di acquavite 




Preparazione: versare nella ciotola dell'impastatrice (o in una  per lavorare a mano) le chiare d'uovo e montarle a neve. Aggiungere i quattro tuorli, poi la scorza grattugiata delle arance,  poi pian piano la farina e il sale, alternando con il succo d'arancia. Quando l'impasto si fa più consistente cambiare la frusta con il gancio e proseguire la lavorazione, aggiungendo il burro fuso. Poi versare il bicchierino d' acquavite, il lievito sciolto in un bicchiere di latte tiepido (per l'aggiunta del lievito tenere conto del calore del locale, potrebbero bastare due panetti).
Aggiungere il restante di latte, tenendo conto che l'impasto deve avere 1/2 litro di liquido totale, quindi sarà un po' meno se si è utilizzato il succo d'arancia: una buona regola è quella di basarsi a occhio sulla consistenza raggiunta dall'impasto. Quando il tutto è ben amalgamato, e l'impasto sufficientemente incordato, depositarlo in una terrina con sopra una coperta, al caldo, e lasciare lievitare per un'ora o due.  
Poi inizia la fase più impegnativa, quella della fabbricazione delle frittelle. Fare dei piccoli panetti e depositarli su una tovaglia, quindi praticare un foro centrale estraendo la pasta. Successivamente prendere le ciambelle così ottenute e metterle a friggere nell'olio caldo, facendole ruotare durante la frittura. Infine, si tirano fuori pian piano dall'olio, si lasciano scolare e raffreddare su della carta in grado di assorbire, e poi si spolverano con lo zucchero. 
A questo punto, se avete rispettato tutto il procedimento, e i fatti fritti ottenuti non sono troppo caldi, vi resta soltanto una cosa da fare: gustarli, in santa pace o in allegra compagnia!

Sullo stesso argomento, vedi: le seadas, o le pardulas di ricotta

giovedì 13 febbraio 2014

Bugie di carnevale

Le bugie di carnevale
Le bugie di carnevale sono proprio buone, in Sardegna e in particolare nell'area del Campidano si chiamano anche pillus frittus; sono frittelle di carnevale facili da preparare in quanto non richiedono molto lavoro. Sono simili alle chiacchiere, e si possono personalizzare in molti modi, ecco una ricetta tipica della zona di Oristano.

Ingredienti
1 kg di semola
200 gr. di strutto
1 pizzico di sale
2-3 bicchieri di acqua calda

Preparazione: in un tavolo ampio disporre la semola, e facendo la classica fontana mischiare lentamente i diversi ingredienti dell'impasto; per maggiore comodità potreste utilizzare anche un recipiente adatto all'uso, in sardo la classica scivedda.  Lavorare la pasta fino a che non viene morbida ed elastica. Ora stenderla facendo una sfoglia molto fine, come se doveste fare delle lasagne. Una volta fatto ciò, ritagliare con un apposito tagliapasta dei rombi, che devono essere sottili (come in foto). 
A questo punto, in una padella mettere dell'olio, e quando questo è caldo immergervi le bugie - o pillus frittus -  giusto un attimo, il tempo di prendere un po' colore, in quanto tendono a bruciacchiarsi in fretta. Quindi depositateli sopra una carta assorbente che li liberi dall'olio. Possono essere spolverati con un po' di zucchero o di zucchero a velo. Il risultato, se seguirete questo procedimento, è una vera squisitezza!

Varianti: le bugie di carnevale si possono fare anche ripiene, ad esempio di marmellata o miele, in quel caso i rombi andranno sovrapposti uno all'altro e chiusi con abilità. 

mercoledì 5 febbraio 2014

La collezione Pischedda e la nascita dell’Antiquarium Arborense

L' avv. Pischedda
All’ avvocato-archeologo Pischedda e alla sua prestigiosa collezione privata si deve la nascita del più grande museo della provincia di Oristano, e di uno dei più importanti della Sardegna, l’Antiquarium Arborense
Efisio Pischedda nasce a Seneghe, un centro dell’Oristanese, nel1850, da un’agiata famiglia di possidenti. Da loro viene avviato alla carriera in legge, dato che suo padre era notaio e sua madre apparteneva a una famiglia di magistrati. E’ presumibile che il grande interesse per l’archeologia e le antichità gli venne in parte dall’esercizio della professione, che dovette porlo in contatto con clienti legati a questo mondo. Da non sottovalutare pure l’influsso che il clima culturale di quegli anni ebbe su di lui, a Oristano si respirava l’aria di un mercato-antiquario.
Lo troviamo da subito introdotto nell’ambiente e trattato con amicizia dal Canonico Spano, primo Commissario per i Musei e gli Scavi della Sardegna e poi direttore del Museo di Cagliari, e acquisire, non appena ne ha notizia, la preziosa collezione di Giovanni Busachi, tra cui c’erano un preziosissimo scarabeo intarsiato con punte d’oro, insieme ad altri numerosi reperti che Busachi aveva messo insieme in trent’anni di lavori e scavi. Dopo la morte del Canonico Spano, nel 1878, Pischedda strinse cordiali rapporti con il suo successore, Filippo Vivanet e il fedele discepolo dello Spano, Filippo Nissardi. Attraverso questi buoni legami, nel luglio del 1891 il Pischedda chiese e ottenne dal Ministero dell’Istruzione Pubblica il permesso per effettuare degli scavi a Tharros e nel Sinis di Cabras.
Askòs
I suoi primi scavi riguardano la zona de “Su MuruMannu”, la fortificazione muraria a ponente della torre di San Giovanni di Sinis, dove rinviene diverse tombe romane. Questi ritrovamenti sono documentati dalle lettere che lo stesso Pischedda scrisse a Vivanet, in cui sono descritti minuziosamente e talvolta illustrati gli oggetti rinvenuti: si tratta di terrecotte, stoviglie, medaglioni, resti d’iscrizioni e corredi funerari minimi. 
Deluso dall’esito insoddisfacente delle ricerche (per chi come il Pischedda mirava alla scoperta di oggetti antichi), l’avvocatosi spostò sull’istmo, ai piedi della valle dei morti di Tharros, violata daicerca tesori del 1851, e si imbatté, in località “Sa Cordiola”, in una tomba a camera cartaginese, facente parte dell’estremo lembo settentrionale della necropoli punica tharrense. 
Successivamente Pischedda proseguì i suoi scavi ottenendo il rinnovo della concessione di scavo da parte del Ministero. Nel dicembre 1893 il Vivanet reclamò dall’Avvocato una nuova relazione sulle sue indagini, ma non sappiamo se tale richiesta avesse una risposta positiva. In realtà Efisio Pischedda dopo gli esordi deludenti doveva aver messo le mani su un vasto sepolcreto assolutamente vergine: secondo la recente ipotesi di Giovanni Tore è plausibile che egli avesse concentrato i suoi sforzi nella necropoli settentrionale di Tharros, sulle scogliere del villaggio di S. Giovanni di Sinis, dove c'è anche l'omonima chiesa, nella località di Santu Marcu, esplicitamente richiamata nella autorizzazione di scavo. Secondo il parere di un illustre archeologo tedesco, Franz Von Duhn, molte delle terracotte figurate puniche e delle ceramiche etrusche ed attiche della collezione Pischedda viste nella sua dimora privata (che si trovava allora in via La Marmora 10, corrispondente all’attuale 26-30) facevano parte delle più ricche sepolture delle necropoli fenicio-puniche di Tharros. Da esse provenivano tra l’altro tre kantharoi inbucchero etrusco (600-575 a.C.), un askòs e una lekythos ariballica attici a figure rosse(prima metà del IV sec. a.C.) ed una placchetta di dea stante con il tamburello della seconda metà del VI sec. a.C.
Nell’abitazione privata del Pischedda era collocato il Museo Pischedda, «la più cospicua fra le collezioni private formatesi inSardegna», come ebbe a scrivere nel 1948 l’archeologo Doro Levi. Per mezzo secolo, sino alla sua morte, Efisio Pischedda accolse nel suo Museo studiosi provenienti dall’Italia e da numerose nazioni europee, intrattenendo anche rapporti epistolari con archeologi di chiara fama. Il Pischedda apriva tuttavia le porte del suo museo anche ai rari turisti della Oristano del primo Novecento, tant’è vero che la prima edizione della Guida Rossa della Sardegna, del Touring Club Italiano, ospitava nel capitolo su Oristano un puntuale riferimento alla collezione Pischedda.
Interno del Museo
Una tradizione orale raccolta dalle labbra dell’ultima governante di Efisio Pischedda, Donna Sara Marongiu, da parte del primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, Peppetto Pau, racconta che la notte della morte la cassetta con gli ori punici e romani e le gemme fu recata ad un misterioso avventuriero che aveva preso temporaneo alloggio all’Albergo Industriale (poi Firenze) in Piazza Roma. Così scomparvero i primi amati pezzi della collezione Pischedda. Gli altri reperti corsero il rischio di passare al British Museum e a Berlino. Fortunatamente, otto anni dopo la morte dell’avvocato, nel 1938, il podestà di Oristano Paolo Lugas e l’archeologo Doro Levi riuscirono ad far acquistare al Comune i materiali di Pischedda e a costituire l’Antiquarium Arborense. Una scritta, incisa a palazzo Parpaglia su una lastra di marmo bianco, commemora l’avvenuta costituzione dell’ “Antiquarium” cittadino:


LA COLLEZIONE QVI ESPOSTA
PRENDE IL NOME DAL
COMM. AVV. EFISIO PISCHEDDA
DAI CVI EREDI L’ACQVISTÒ

IL COMVNE DI ORISTANO
NELL’ ANNO MCMXXXVIII-XVI.

( liberamente tratto da "Antiquarium Arborense" di Raimondo Zucca, collana Guide e Itinerari Sardegna archeologica, Carlo Delfino editore, 1998)

domenica 2 febbraio 2014

Le zippole di Carnevale, di Oristano

Il giorno della Candelora, in preparazione de Sa Sartiglia, i presidenti dei due Gremi, dei contadini e dei falegnami, si recano a casa de Su Componidori. 
Gli consegnano la candela benedetta e gli danno l'investitura ufficiale. Da quel momento, per le strade e nelle case inizia il periodo delle fritture di Carnevale. 
Una squisitezza, disponibile in numerosissime varianti, tra le più buone ci sono senz'altro le caratteristiche zippulas
Ingredienti: (dosi approssimative per sei persone): un chilogrammo di farina di semola, tre uova di giornata, un quarto di litro di latte, un bicchiere di acquavite locale, un tocco di lievito sardo per il fermento, (sa madrighe), circa mezzo litro d'olio d'oliva, 200 grammi di zucchero, il succo spremuto di 6 arance, un pizzico di sale.
Preparazione: impastare la farina con acqua tiepida leggermente salata sino ad ottenere un impasto molto consistente che faciliti la lavorazione della massa con le mani, vale a dire quell'operazione che in sardo si dice sa cariadura
Unire il lievito naturale, quindi lavorare su un piano di legno ancora con le mani, a forza di braccia, e aggiungere lentamente altra acqua tiepida per ammorbidire un pochino l'impasto. Qualora la massa presenti difficoltà per la lavorazione, in quanto l'eccessivo ammorbidimento non permette di gramolarla sul piano del tavolo, si versa tutto in una conca di coccio, in uno di quei rustici tianus, recipienti ideali per queste confezioni.
Aggiungere il latte caldo e farlo assorbire dalla massa; poi unirvi le uova intere, continuando la lavorazione manuale dei diversi ingredienti accorpati in maniera energica e vigorosa fino a che l'impasto non abbia acquistato una perfetta elasticità.
A questo punto, innaffiarlo con l'acquavite, a spruzzi, e renderlo duttile tanto da farlo agevolmente passare scivolando senza ostacoli attraverso lo speciale imbuto per la frittura, detto su canneddu de fai zippulas. Poi occorre fare lievitare il tutto almeno mezz'ora, quando sull'impasto si formano delle piccole bollicine significa che è pronto. Ora nel calore dell'ambiente, si passa alla frittura in abbondante olio caldo, facendo uscire l'impasto dall'imbuto e disponendolo nel tegame di frittura in sottili forme a spirale ( questo video illustra bene il procedimento).
Il momento migliore, alla fine: Ben scolate dall'olio, si fanno passare nello zucchero e ancora calde si possono gustare con un bicchiere di Vernaccia di Oristano o di Malvasia di Bosa, creando un ottimo contrasto con il dolce naturale delle zippole. Una vera prelibatezza!

sabato 25 gennaio 2014

L'oro di Tharros


Uno dei capitoli più interessanti della storia di Tharros è senza dubbio legato alla corsa all'oro che si scatenò a metà dell'Ottocento, e che le valse l'appellativo di piccola California, per la contemporaneità con l'altra e più famosa caccia all'oro, quella meravigliosamente descritta da Jack London in Call of the wild
In questo caso, per immaginarsela, non è necessario pensare a cani da slitta e distese di ghiaccio, ma a quei personaggi un po' romanzeschi che un secolo e mezzo fa percorrevano la Sardegna in cerca di fortuna, tra cui lo scrittore francese Honorè de Balzac, che sperava di trovarvi delle miniere e andandosene deluso, lasciò una descrizione tutt'altro che benevola dei sardi di allora, dipinti come dei veri selvaggi. 
Di questi avventurieri la sorte migliore toccò a Lord Vernon (George John Warren) un ricco inglese che, nel 1851, conducendo degli scavi a Tharros, s'imbattè in una serie di tombe cartaginesi dalle quali emersero una grande quantità di oggetti preziosi e finemente lavorati, sia in ceramica che in oro. Fu il primo a fare un ritrovamento d'ingente portata, in precedenza erano state riportate alla luce soltanto alcune tombe romane, di poco pregio.
Da quel momento, un esercito di cavatesori, perlopiù contadini e pescatori locali, con pale e picconi, si mise febbrilmente all'opera, lavorando alacremente dalla mattina alla sera, e adoperandosi per trafugare tutto il possibile dalla vecchia città. Tra l'altro, si trattava di scavi condotti senza nessuna competenza, che oltre a provocare gravi danni dal punto di vista dell'archeologia, si concludevano ogni volta con la spartizione e la distruzione degli oggetti preziosi rinvenuti, al solo scopo di ricavarne l'oro.
Il governo nazionale di D'Azeglio, in appena un mese, emanò un provvedimento urgente per impedire che lo scempio continuasse, e autorizzò invece l'attività scientifica di ricerca, affidandola al Canonico Spano e a Gaetano Cara, direttore del Museo di Cagliari. La situazione tuttavia non migliorò. Il Cara, dopo un altro mese circa di lavori, ritornò a Cagliari carico di oggetti d'oro e altre cose preziose, ma consegnò al Museo soltanto poche cianfrusaglie e, mediante un prestanome, rivendette i materiali tharrensi ritrovati al British Museum di Londra, a quelli di Parigi e di Torino, annotando tutto in un catalogo: una collezione di oltre 2500 pezzi, tra cui figuravano: gioielli d'oro, d'argento e bronzo, come anelli per il crine e le dita, orecchini, braccialetti, scarabei, amuleti, e inoltre terracotte fenicie e greche, frecce, pugnali, monete puniche, greche e romane. 
La missione del Cara ufficialmente fu "accrescere i tesori della scienza ed arricchire i Musei del continente europeo"; con il ricavato della vendita acquistò, per sé stesso, una grande vigna.
Alcuni dei gioielli provenienti da Tharros si trovano oggi al British Museum. In questi video, invece, si racconta come andò la vicenda:



Quando: tutto l'anno
Come arrivare: Il sito archeologico di Tharros dista dalla città di Oristano circa 20 km, per raggiungerlo seguire le indicazioni per San Giovanni di Sinis. Qui giungere fino all'omonima spiaggia e all'antica torre spagnola.

martedì 21 gennaio 2014

Spaghetti con la bottarga

La bottarga (in sardo si chiama buttariga), detta anche caviale del mediterraneo per la sua prelibatezza, consiste di uova di muggine salate e lasciate essiccare per un periodo di cinque mesi. 
A inventare il procedimento, forse lo sanno in pochi, furono niente meno che i fenici, mentre gli arabi  in seguito la diffusero in tutto il Mediterraneo (e coniarono il nome, butārikh). 
E' prodotta in diverse località della Sardegna, nell'oristanese a Marceddì, e a Cabras, dove ogni anno a fine agosto si svolge la famosa sagra, che attira migliaia di turisti. 
Si produce in "baffe", oppure in polvere, e i modi di consumarla sono diversi: a piccoli tocchetti, oppure spolverata sopra dei delicati crostini aromatizzati e con un po' d'olio, o sopra la pizza. Un piatto molto apprezzato dai buongustai e conosciuto sono gli spaghetti con la bottarga, davvero saporiti.

Ingredienti:
400 gr. di spaghetti
2-3 spicchi d'aglio
40 gr. di bottarga di muggine in polvere
olio extravergine d'oliva
prezzemolo tritato
sale e peperoncino

Procedimentofate lessare gli spaghetti in acqua non troppo salata; nel frattempo provvedete a grattugiare  finemente la bottarga, facendo soffriggere l'aglio in una padella con un po' d'olio fino all'indoratura. Levate gli spaghetti cotti al dente, buttateli in padella e aggiungete 2/3 della bottarga appena preparata, con un po' d'acqua di cottura per amalgamare meglio, completando poi con un po' di prezzemolo ed eventualmente peperoncino. Servite nel piatto e date un'ultima, decorativa, spolverata. Buon appettito!

Dove comprarla: avreste mai pensato che esiste un e-Commerce dedicato ai prodotti tipici sardi come la bottarga? Dopo una breve ricerca online, ho trovato l'azienda Smeraldaspecializzata nella produzione di bottarga di muggine,  con una filosofia  aziendale che si basa sull’eccellenza qualitativa del prodotto e sulla qualità del servizio ai clienti. Lo shop online di Smeralda, commercializza vari tipi di bottarga e altri gustosi prodotti della cucina sarda, con un invidiabile rapporto qualità prezzo e numerose offerte da scoprire sul sito.  

lunedì 6 gennaio 2014

La stella che guidò i Magi

Secondo la tradizione cristiana, i Re Magi vennero guidati da una stella verso Betlemme, fino a scoprire la mangiatoia dove Gesù era nato. I tre saggi - forse astronomi o astrologi - arrivavano dal lontano Oriente e "andavano chiedendo dove fosse nato il re dei Giudei, perché - dicevano - avevano visto la stella al suo sorgere ed erano venuti ad adorarlo"( Matteo II, 1-2).
Ma cosa si vide nel cielo quella notte? La stella cometa (o stella di Betlemme) unisce in realtà due fenomeni astronomici diversi: la stella, dotata di grande luminosità ma posta a grande distanza dalla terra, e la cometa, una scia di ghiaccio che passa molto più vicina e all'interno del sistema solare. 
Il primo a interpretare la stella di Natale nel senso della tradizione cristiana pare sia stato Origene Adamanzio, intorno al 300 d.C. L'ipotesi cometa si rafforzò poi con Giotto, che nel 1301 assisté a uno dei passaggi della cometa di Halley e ne trasse ispirazione per la rappresentazione dell'Adorazione, in anni successi, nella cappella degli Scrovegni a Padova. Essa risulterebbe quindi un'acquisizione della tradizione.
Un'altra ipotesi, invece, attribuisce questo fenomeno a una congiunzione di pianeti nel 7 a.C. derivante dalla vicinanza prospettica tra Giove e Saturno, nella costellazione dei Pesci. Tuttavia di questo non c'è traccia nell'almanacco Babilonese del tempo. Nel 5 a.C. le cronache cinesi segnalano un evento interessante, dovuto forse a una supernova  o una cometa. 
A distanza di duemila anni, insomma, non si sa se la Stella di Betlemme sia esistita davvero, o abbia solo una valenza simbolica, di certo accompagna con la sua misteriosa presenza ogni Natale.  
  

domenica 29 dicembre 2013

Su trigu cottu

E' un ricordo antico, questo. Affidato alla mente lucidissima di qualche anziano che lo rievoca come un rito augurale di fine anno, rivolto a bimbi e adulti, quando le cene del veglione non avevano l'opulenza che hanno oggi, e gli alberi di Natale, se si facevano, erano addobbati con un po' di frutta invernale (mandarini, ad esempio) e qualche pezzo di cioccolata (più di rado). 
La tradizione alla quale mi riferisco, ormai quasi del tutto scomparsa, è quella de "su trigu cottu". In un recipiente di terracotta, il 30 di dicembre, si metteva a riscaldare in acqua una certa quantità di grano, per circa quindici minuti. Poi si levava il recipiente e lo si adagiava in un cesto riempito con della paglia, e coprendolo con una coperta si aspettava il passare della notte. Il giorno dopo, cioè l'ultimo dell'anno, si andava a verificare la riuscita del procedimento: il grano doveva essersi cotto lentamente ed i chicchi   gonfiati e diventati morbidi. 
Questo umile piatto, lo si condiva con la profumata e prelibata saba, il vino cotto usato per la preparazione del pane di saba e altri dolci tipici sardi. Ma per servirlo, si aspettava che i bambini passassero a chiederlo, e come usanza la padrona di casa doveva negare di averne fatto. Solo dopo, lo si poteva consumare. 
Qualche anno fa, alla trasmissione "Videolina Mattina", una vispa e allegra cuoca di Nurri, la simpatica Zia Maria, ha disquisito allegramente di come si fa il pane e illustrato i vari passaggi della ricetta de "su trigu cottu", in questi due gustosi e spassosissimi video (parte 1 e parte 2).  

martedì 24 dicembre 2013

La vera storia di Babbo Natale

Casa di Babbo Natale, in qualche luogo del mondo
Ci sono differenze incredibili tra le culture della terra ma Babbo Natale è conosciuto un po' dappertutto. 
Pere Noel per i francesi, Father Christmas per gli inglesi (che lo rappresentano con rami d'edera, vischio e  agrifoglio) invece è Weihnachtsmann - l'uomo del Natale - per i tedeschi. 
Perfino nei regimi comunisti esisteva qualcosa di simile (era chiamato l'uomo del gelo).  
Quello giunto fino a noi, con barba bianca e inconfondibile abito rosso e stivali, lo disegnò nel 1931 Haddon Sundblom  per la pubblicità della Coca Cola. 
In precedenza, esistevano diverse figure natalizie che si differenziavano, tra fede cristiana e oriente, per il colore delle vesti, chi blu, chi nero, chi rosso: gli unici aspetti in comune erano la lunga barba e il portare doni a tutti, dai grandi ai bambini. 
Sembra che il primo donatore di regali fu San Nicola, nel 300 d.C. a Myria, nell'attuale Turchia. Nato da una ricca famiglia e rimasto orfano, crebbe in un monastero e all'età di 17 anni divenne prete. La leggenda racconta della sua grande generosità. Pare che donò a poco a poco tutta la sua ricchezza ai bambini poveri della città, e girasse con grandi sacchi d'oro, di cui amava disfarsi. Diventato arcivescovo, non indossò mai paramenti ma portava una lunga barba bianca e un cappello rosso. In seguito fu fatto santo quale esempio di carità cristiana, ed è venerato dalla Chiesa Cattolica il 6 dicembre.
Insomma, il Babbo Natale moderno è frutto della globalizzazione -  Coca Cola - ma ha pure antiche radici cristiane.  
Libri: la vera storia di Babbo Natale (Raffaello Cortina, pag. 176 € 14) , spiega che a restarci male, quando i figli non credono più a Babbo Natale (cosa che accade intorno ai sette anni), sono soprattutto i genitori, che affrontano il cambiamento come un lutto. Ma cosa succede quando si smette di credere a Babbo Natale? E come affrontare questo rito di passaggio?  In questo libro ci sono tante riflessioni utili sul mito di Santa Claus.

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