lunedì 8 febbraio 2016

Le origini della Sartiglia

Su Componidori con Su Segundu e Su Terzu (foto Flickr)
Per tradizione, a Oristano l'ultima domenica di Carnevale e il martedì successivo si corre la Sartiglia - dal latino sors, fortuna e sorticula, anello -  uno dei più antichi tornei cavallereschi che si corrano in Europa e nel Mediterraneo. 
Si tratta di una corsa alla stella - che nel tempo ha sostituito l'anello - in cui si mescolano antichi riti agrari nei quali la civiltà agropastorale  si augura un buon raccolto, e la follia del Carnevale.
Nell'Archivio Storico del Comune di Oristano, precisamente nei Registri di Consiglieria, la corsa all'anello - Sortilla, in catalano - progenitrice della Sartiglia, viene menzionata già nel 1547, anno in cui nella cittadina arborense si onorarono con giostre equestri le gesta dell'imperatore Carlo V d'Asburgo. Ma le origini della giostra sono sicuramente più antiche, e vanno fatte risalire alla metà del XI secolo. 
La sua introduzione in Europa sarebbe avvenuta ad opera dei Crociati, che ne appresero l'uso dai nemici Saraceni. Si trattava di uno spettacolo comunque riservato alle classi nobiliari. Nel XIII secolo i giudici del Giudicato d'Arborea ne importarono l'uso dalla Spagna, dove era  c'era una Sortija o Sartilla, gioco militare praticato dalla Corte aragonese in tempo di pace. 
Secondo la tradizione, nel Giudicato, a causa del profondo odio per i dominatori aragonesi, nella confusione carnevalesca la sfida si faceva spesso cruenta e sanguinosa, e per porre un freno alle risse il canonico oristanese Giovanni Dessì, nel 1543, dispose dei legati a favore del Gremio dei Falegnami e dei Contadini, che avrebbero dovuto assicurare il corretto svolgimento della manifestazione, e che si tenesse ogni anno. A tal fine il canonico Dessì fece anche dei lasciti.
La Sartiglia (vedi il video)  si trasformò quindi da arte riservata ai militari d'alto rango esibita più volte l'anno, in occasioni speciali, e nacque come evento popolare legato al Carnevale. L'anno da cui si inizia a contare per la moderna Sartiglia è però più antico, infatti la prima edizione risale al 1465. 

domenica 7 febbraio 2016

La storia de Su Componidori

La maschera de Su Componidori (foto www.oristanesi.it)
A Oristano la Sartiglia non si è sempre corsa ma si dice che Su Componidori non abbia mai fatto mancare la sua benedizione alla città, anche negli anni terribili di guerre, pestilenze, desolazione e morte. Come nel 1656, quando la peste nera uccise gran parte della popolazione di Oristano e dei paesi vicini. Quella volta, Su Componidori fu vestito nella notte dalla massaia manna, al lume di candela. E con  Sa Pippia 'e maiu (la bambina di maggio, il suo scettro di violette) uscì per una deserta via Duomo a dare il suo saluto agli scorci medievali della città
Buona parte del fascino della Sartiglia, sta proprio nella figura grottesca e  indefinibile del capocorsa. A cominciare dalla sua maschera, che gli conferisce uno straordinario fascino, e dal suo vestito, che mescola abilmente pezzi di Medio Evo con presenza catalana e piemontese. Una camicia di merletti, il velo bianco e il cilndro, stivali di cuoio su abito da cavaliere.  
Intorno a lui ruota tutta la manifestazione, che ufficialmente inizia il giorno della Candelora con la scelta da parte del presidente del Gremio (quello dei Contadini e dei Falegnami, le antiche corporazioni, in passato erano molte di più) de Su Componidori e con la consegna del cero benedetto. 
Su Componidori esce dalla casa del Gremio 
Ma è la vestizione, il giorno della domenica e il martedì di Carnevale, a trasformare un cavaliere come tanti in una divinità agricola, nè uomo nè donna. La cerimonia inizia verso mezzogiorno, alla presenza di poche decine di invitati nella casa del Gremio.  Secondo un preciso rituale, is massaieddas, coordinate da Sa massaia manna,  tutte donne in costume sardo, se ne occupano con destrezza. E Su Componidori, seduto su una sedia posta sopra un tavolo, con a fianco la bandiera del Gremio, da quel momento non può più toccare terra, e dovrà salire direttamente sul suo cavallo.
Fuori lo attendono Su Segundu e Su Terzu, al primo di questi è riservato l'onore come per il capocorsa della discesa con su stoccu, la spada di legno. Sulle spalle de Su Componidori, invece, c'è tutto il peso dell'andamento della giostra. A lui spetta l'inizio alla giostra  attraverso l'incrocio delle spade con Su Segundu, sotto la stella, antico segno di lealtà cavalleresca. E poi la prima discesa, e la scelta dei cavalieri che parteciperanno alla corsa alla stella. E ancora a lui toccano la decisione di chiudere la manifestazione, e la discesa conclusiva per dare la benedizione, quando sdraiato in modo spettacolare sul proprio cavallo agita nell'aria Sa Pippia 'e Maiu.
Da via Duomo, con le ombre del crepuscolo invernale che calano veloci sulla folla, ci si sposta allora nella Via Mazzini, per le Pariglie. Anticamente queste acrobazie di cavalieri che discendono riuniti in terzetto, erano lo spettacolo che avveniva fuori dalle mura giudicali di Oristano ed erano l'espressione del divertimento popolare, mentre la Sartiglia era riservata all'aristocrazia. Anche qui l'apertura spetta a Su Componidori, al quale però è vietato esibirsi in giochi pericolosi. 
A fine giornata, quando viene svestito dalle massaie e gli viene levata la maschera, quello de Su Componidori è il volto di un lottatore stremato, consapevole di avere vissuto una giornata indimenticabile e di esserne stato il grande protagonista. Questo bellissimo video, racconta l'esperienza con le parole di chi l'ha vissuta. 

giovedì 7 gennaio 2016

La spiaggia di San Giovanni di Sinis ( 2a e ultima parte)


Un po' di storia: Fino agli anni ottanta, il villaggio e la strada che porta in cima alla torre, ospitavano le caratteristiche "baraccas", le capanne di falasco dei pescatori, costruite con un'intelaiatura di tronchi e con le pareti e il tetto di un'erba palustre molto diffusa in questa zona. Il fascino della spiaggia di San Giovanni è accresciuta dalla presenza di uno dei siti archeologici più importanti della Sardegna: le rovine della città fenicio punica, e poi romana, di Tharros. 
Quella che si può vedere oggi è ciò che resta della città imperiale, con le strade lastricate che digradano dolcemente verso il mare, dove è nascosta parte dell'antica Tharros. L'area archeologica è visitabile con o senza la guida, e con un breve tour si può scoprire il compitum, ovvero la piazzetta dei Lares di età augustea, un piccolo anfiteatro, i resti del villaggio nuragico (dove si trovava il tophet, in cui avveniva il sacrificio di piccoli animali ed erano offerti alla divinità i bambini morti neonati), ciò che rimane di un tempio punico, le terme, e un importante battistero paleocristiano.
Uscendo dal sito archeologico si trova il sentiero, percorribile soltanto a piedi, che conduce al promontorio di Capo San Marco, che con il suo faro è l'estrema vedetta del golfo di Oristano. Lungo il percorso, seminascoste da palme nane e lentisco, si trovano i resti della necropoli cartaginese e le sontuose tombe a camera, i cui ricchissimi corredi di ori, sono stati depredati a metà ottocento, andando ad arricchire il museo del Louvre, il British Museum, ma anche le collezioni italiane a Torino e Pavia. Più avanti, presso il fortino militare, c'è il nuraghe Baboe Cabitza.

Mare vivo e mar morto: da Capo San Marco, si domina il mare aperto e Minorca, isoletta spagnola distante non più di 172 miglia marine. Questa posizione per i fenici risultò strategica, in quanto Tharros era l'ultima tappa dei viaggi verso la penisola iberica. Inoltre, la penisola del Sinis e la spiaggia di San Giovanni di Sinis, presentavano il vantaggio di un possibile approdo con ogni vento: il "mare aperto", se il vento soffiava da ponente e cioè dal mare, oppure il "mar morto", se al contrario il vento spirava da terra. La spiaggia era anche il luogo dove i fenici al loro arrivo deponevano le merci, e intrapresero i primi scambi con le popolazioni locali.

Sullo stesso argomento, vedi: La spiaggia di San Giovanni di Sinis

mercoledì 6 gennaio 2016

La spiaggia di San Giovanni di Sinis


Uno dei luoghi più belli a cui puntare, se capitate in provincia di Oristano, è senza dubbio la spiaggia di San Giovanni di Sinis, che si estende per circa 4 km lungo il lato occidentale della Penisola del Sinis, inframezzata da parti rocciose di arenaria e basalto, e dalla suggestiva torre. 
Il Sinis è tante cose insieme, e questa zona, che chiude il golfo di Oristano, le racchiude magnificamente: natura e colori sgargianti in ogni stagione, in particolare in primavera (vedi alcune foto); mare cristallino e panorama mozzafiato, ovunque si diriga lo sguardo, scenografiche insenature. 
Come arrivare: da Oristano si prende l'uscita per Cabras (qui l'itinerario), e si prosegue sulla strada provinciale per circa 20 km, la spiaggia è ben segnalata e facilmente raggiungibile. 
Sul percorso, all'uscita del comune di Cabras, ci si lascia alla destra lo stagno di Cabras, che rappresenta un ottimo punto di sosta per gli amanti del birdwatching. Proseguendo, ci si inoltra lentamente in un'ampia e brulla pianura fatta di coltivazioni che per secoli sono state "in arido", e ancora oggi conserva un aspetto poco addomesticato. 
Dopo qualche chilometro, superato il canale scolmatore, si può intravedere in lontananza sulla sinistra la laguna di Mistras. 
Il villaggio balneare: alla fine del percorso, si giunge all'ex-borgo di pescatori, oggi un paesello con diversi bar e ristoranti, una discreta animazione estiva, poche strade interne non asfaltate e polverose, e abitazioni dove i villeggianti possono prendere in affitto una stanza o prenotare in qualche bed and breakfast. 
Nella piazza centrale, si trova la piccola chiesa di San Giovanni di Sinis, la cui pianta originaria è del VI secolo, in principio a croce greca e in seguito trasformata a croce latina. 
Consiglio senz'altro una visita a questa bella e antica costruzione, aperta tutto l'anno. All'interno della chiesa, si trova un curioso registro delle presenze, dove ciascuno  può lasciare la propria firma, ce ne sono da posti lontanissimi. 
All'arrivo al villaggio dovrete obbligatoriamente svoltare a sinistra, giungendo così a un ampio slargo che ospita, durante l'estate, il punto di acquisto dei ticket per la sosta e una zona per il parcheggio a pagamento. Con la macchina è conveniente procedere ancora oltre, fino alla fine dei chioschi disposti a lato della strada. Parcheggiata l'auto, si può scendere e iniziare una tranquilla passeggiata  e una poco impegnativa salita, lunga non più di cinquecento metri, verso la maestosa torre spagnola di San Giovanni di Sinis, costruita da Filippo II di Spagna tra il 1580 e il 1610, durante la dominazione spagnola, per far fronte alle incursioni barbaresche. 

( fine prima parte)

Potrebbe interessarti il post: La spiaggia di San Giovanni di Sinis (2a e ultima parte)

mercoledì 30 dicembre 2015

Su trigu cottu

E' un ricordo antico, questo. Affidato alla mente lucidissima di qualche anziano che lo rievoca come un rito augurale di fine anno, rivolto a bimbi e adulti, quando le cene del veglione non avevano l'opulenza che hanno oggi, e gli alberi di Natale, se si facevano, erano addobbati con un po' di frutta invernale (mandarini, ad esempio) e qualche pezzo di cioccolata (più di rado). 
La tradizione alla quale mi riferisco, ormai quasi del tutto scomparsa, è quella de "su trigu cottu". In un recipiente di terracotta, il 30 di dicembre, si metteva a riscaldare in acqua una certa quantità di grano, per circa quindici minuti. Poi si levava il recipiente e lo si adagiava in un cesto riempito con della paglia, e coprendolo con una coperta si aspettava il passare della notte. Il giorno dopo, cioè l'ultimo dell'anno, si andava a verificare la riuscita del procedimento: il grano doveva essersi cotto lentamente ed i chicchi   gonfiati e diventati morbidi. 
Questo umile piatto, lo si condiva con la profumata e prelibata saba, il vino cotto usato per la preparazione del pane di saba e altri dolci tipici sardi. Ma per servirlo, si aspettava che i bambini passassero a chiederlo, e come usanza la padrona di casa doveva negare di averne fatto. Solo dopo, lo si poteva consumare. 
Qualche anno fa, alla trasmissione "Videolina Mattina", una vispa e allegra cuoca di Nurri, la simpatica Zia Maria, ha disquisito allegramente di come si fa il pane e illustrato i vari passaggi della ricetta de "su trigu cottu", in questi due gustosi e spassosissimi video (parte 1 e parte 2).  

martedì 15 dicembre 2015

La vera storia di Babbo Natale

Casa di Babbo Natale, in qualche luogo del mondo
Ci sono differenze incredibili tra le culture della terra ma Babbo Natale è conosciuto un po' dappertutto. 
Pere Noel per i francesi, Father Christmas per gli inglesi (che lo rappresentano con rami d'edera, vischio e  agrifoglio) invece è Weihnachtsmann - l'uomo del Natale - per i tedeschi. 
Perfino nei regimi comunisti esisteva qualcosa di simile (era chiamato l'uomo del gelo).  
Quello giunto fino a noi, con barba bianca e inconfondibile abito rosso e stivali, lo disegnò nel 1931 Haddon Sundblom  per la pubblicità della Coca Cola. 
In precedenza, esistevano diverse figure natalizie che si differenziavano, tra fede cristiana e oriente, per il colore delle vesti, chi blu, chi nero, chi rosso: gli unici aspetti in comune erano la lunga barba e il portare doni a tutti, dai grandi ai bambini. 
Sembra che il primo donatore di regali fu San Nicola, nel 300 d.C. a Myria, nell'attuale Turchia. Nato da una ricca famiglia e rimasto orfano, crebbe in un monastero e all'età di 17 anni divenne prete. La leggenda racconta della sua grande generosità. Pare che donò a poco a poco tutta la sua ricchezza ai bambini poveri della città, e girasse con grandi sacchi d'oro, di cui amava disfarsi. Diventato arcivescovo, non indossò mai paramenti ma portava una lunga barba bianca e un cappello rosso. In seguito fu fatto santo quale esempio di carità cristiana, ed è venerato dalla Chiesa Cattolica il 6 dicembre.
Insomma, il Babbo Natale moderno è frutto della globalizzazione -  Coca Cola - ma ha pure antiche radici cristiane.  
Libri: la vera storia di Babbo Natale (Raffaello Cortina, pag. 176 € 14) , spiega che a restarci male, quando i figli non credono più a Babbo Natale (cosa che accade intorno ai sette anni), sono soprattutto i genitori, che affrontano il cambiamento come un lutto. Ma cosa succede quando si smette di credere a Babbo Natale? E come affrontare questo rito di passaggio?  In questo libro ci sono tante riflessioni utili sul mito di Santa Claus.

sabato 30 maggio 2015

La cattedrale di Santa Maria Assunta

Il duomo di Oristano
In pieno centro storico, precisamente in via Duomo (vedi la mappa), si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta a Oristano. Menzionata già in un atto del 1131, sorge su una preesistente ecclesia di età bizantina. Fu riedificata nel 1228, dall'arcivescovo d'Arborea Torchitorio de Muru e dal sovrano Mariano II di Torres, in seguito ai danni riportati nell'occupazione della città nel 1195, da parte del giudice di Calari Guglielmo di Massa.  Oggi la cattedrale di Santa Maria Assunta appare nel rinnovato assetto barocco, che le diede tra il 1721 e il 1733 l'architetto Giovanni Battista Arieti. Il campanile, a pianta ottagonale, è del Quattrocento, a eccezione della cella campanaria e della cupola iridescente, che sono invece un innesto settecentesco. La pianta interna è a croce latina, e nella prima cappella sulla destra, si trova l'Annunciata, una statua lignea  trecentesca di Nino Pisano, restaurata successivamente. Poco discosti sono due frammenti romanici del XII secolo, che raffigurano Daniele nella fossa dei leoni e Due leoni che abbattono due cerbiatti. Un ovale con l'Assunta, di Vittorio Amedeo Rapous, orna il presbiterio sopraelevato, insieme alla tele ottocentesche di Giovanni Marghinotti. 
Interno della chiesa
Notevole è pure, in quanto risalente alle forme gotiche del duecento, la cappella del Rimedio, nel transetto destro (a destra del presbiterio) che ha una volta a crociera gemmata. Le cappelle neoclassiche con cui terminano i bracci laterali sono opera di Giuseppe Cominotti e risalgono al 1830. Alle pareti dei bracci, in alto, pendono quattro vessilli che i sardi tolsero ai francesi durante l'assedio del 1637. Alle spalle dell'altare maggiore, l'aula capitolare custodisce un'importante tesoro, visitabile solo su richiesta. Tra i misteri della cattedrale di Santa Maria Assunta, c'è quello riguardante la sepoltura dei giudici di Arborea. Nel 1335 Ugone II chiese nel suo testamento di essere seppellito all'interno della chiesa, nella cappella di San Bartolomeo, all'epoca ancora da terminare, nella quale avrebbero dovuto riposare sia i suoi predecessori che i suoi successori. Ma tali sepolture non sono ancora state individuate. Adiacente al Duomo, sorge il Seminario Tridentino, sede del Palazzo arcivescovile e dell'Arcidiocesi Arborense.   
Orari (luglio - settembre): in questo periodo la cattedrale è visitabile durante la settimana, dalle ore 8:30 alle 19.30; la domenica è aperta per le celebrazioni liturgiche, alle ore 10-12 e alle 18,00.  

giovedì 23 aprile 2015

L'oro di Tharros


Uno dei capitoli più interessanti della storia di Tharros è senza dubbio legato alla corsa all'oro che si scatenò a metà dell'Ottocento, e che le valse l'appellativo di piccola California, per la contemporaneità con l'altra e più famosa caccia all'oro, quella meravigliosamente descritta da Jack London in Call of the wild
In questo caso, per immaginarsela, non è necessario pensare a cani da slitta e distese di ghiaccio, ma a quei personaggi un po' romanzeschi che un secolo e mezzo fa percorrevano la Sardegna in cerca di fortuna, tra cui lo scrittore francese Honorè de Balzac, che sperava di trovarvi delle miniere e andandosene deluso, lasciò una descrizione tutt'altro che benevola dei sardi di allora, dipinti come dei veri selvaggi. 
Di questi avventurieri la sorte migliore toccò a Lord Vernon (George John Warren) un ricco inglese che, nel 1851, conducendo degli scavi a Tharros, s'imbattè in una serie di tombe cartaginesi dalle quali emersero una grande quantità di oggetti preziosi e finemente lavorati, sia in ceramica che in oro. Fu il primo a fare un ritrovamento d'ingente portata, in precedenza erano state riportate alla luce soltanto alcune tombe romane, di poco pregio.
Da quel momento, un esercito di cavatesori, perlopiù contadini e pescatori locali, con pale e picconi, si mise febbrilmente all'opera, lavorando alacremente dalla mattina alla sera, e adoperandosi per trafugare tutto il possibile dalla vecchia città. Tra l'altro, si trattava di scavi condotti senza nessuna competenza, che oltre a provocare gravi danni dal punto di vista dell'archeologia, si concludevano ogni volta con la spartizione e la distruzione degli oggetti preziosi rinvenuti, al solo scopo di ricavarne l'oro.
Il governo nazionale di D'Azeglio, in appena un mese, emanò un provvedimento urgente per impedire che lo scempio continuasse, e autorizzò invece l'attività scientifica di ricerca, affidandola al Canonico Spano e a Gaetano Cara, direttore del Museo di Cagliari. La situazione tuttavia non migliorò. Il Cara, dopo un altro mese circa di lavori, ritornò a Cagliari carico di oggetti d'oro e altre cose preziose, ma consegnò al Museo soltanto poche cianfrusaglie e, mediante un prestanome, rivendette i materiali tharrensi ritrovati al British Museum di Londra, a quelli di Parigi e di Torino, annotando tutto in un catalogo: una collezione di oltre 2500 pezzi, tra cui figuravano: gioielli d'oro, d'argento e bronzo, come anelli per il crine e le dita, orecchini, braccialetti, scarabei, amuleti, e inoltre terracotte fenicie e greche, frecce, pugnali, monete puniche, greche e romane. 
La missione del Cara ufficialmente fu "accrescere i tesori della scienza ed arricchire i Musei del continente europeo"; con il ricavato della vendita acquistò, per sé stesso, una grande vigna.
Alcuni dei gioielli provenienti da Tharros si trovano oggi al British Museum. In questi video, invece, si racconta come andò la vicenda:



Quando: tutto l'anno
Come arrivare: Il sito archeologico di Tharros dista dalla città di Oristano circa 20 km, per raggiungerlo seguire le indicazioni per San Giovanni di Sinis. Qui giungere fino all'omonima spiaggia e all'antica torre spagnola.

sabato 21 febbraio 2015

La collezione Pischedda e la nascita dell’Antiquarium Arborense

L' avv. Pischedda
All’ avvocato-archeologo Pischedda e alla sua prestigiosa collezione privata si deve la nascita del più grande museo della provincia di Oristano, e di uno dei più importanti della Sardegna, l’Antiquarium Arborense
Efisio Pischedda nasce a Seneghe, un centro dell’Oristanese, nel1850, da un’agiata famiglia di possidenti. Da loro viene avviato alla carriera in legge, dato che suo padre era notaio e sua madre apparteneva a una famiglia di magistrati. E’ presumibile che il grande interesse per l’archeologia e le antichità gli venne in parte dall’esercizio della professione, che dovette porlo in contatto con clienti legati a questo mondo. Da non sottovalutare pure l’influsso che il clima culturale di quegli anni ebbe su di lui, a Oristano si respirava l’aria di un mercato-antiquario.
Lo troviamo da subito introdotto nell’ambiente e trattato con amicizia dal Canonico Spano, primo Commissario per i Musei e gli Scavi della Sardegna e poi direttore del Museo di Cagliari, e acquisire, non appena ne ha notizia, la preziosa collezione di Giovanni Busachi, tra cui c’erano un preziosissimo scarabeo intarsiato con punte d’oro, insieme ad altri numerosi reperti che Busachi aveva messo insieme in trent’anni di lavori e scavi. Dopo la morte del Canonico Spano, nel 1878, Pischedda strinse cordiali rapporti con il suo successore, Filippo Vivanet e il fedele discepolo dello Spano, Filippo Nissardi. Attraverso questi buoni legami, nel luglio del 1891 il Pischedda chiese e ottenne dal Ministero dell’Istruzione Pubblica il permesso per effettuare degli scavi a Tharros e nel Sinis di Cabras.
Askòs
I suoi primi scavi riguardano la zona de “Su MuruMannu”, la fortificazione muraria a ponente della torre di San Giovanni di Sinis, dove rinviene diverse tombe romane. Questi ritrovamenti sono documentati dalle lettere che lo stesso Pischedda scrisse a Vivanet, in cui sono descritti minuziosamente e talvolta illustrati gli oggetti rinvenuti: si tratta di terrecotte, stoviglie, medaglioni, resti d’iscrizioni e corredi funerari minimi. 
Deluso dall’esito insoddisfacente delle ricerche (per chi come il Pischedda mirava alla scoperta di oggetti antichi), l’avvocatosi spostò sull’istmo, ai piedi della valle dei morti di Tharros, violata daicerca tesori del 1851, e si imbatté, in località “Sa Cordiola”, in una tomba a camera cartaginese, facente parte dell’estremo lembo settentrionale della necropoli punica tharrense. 
Successivamente Pischedda proseguì i suoi scavi ottenendo il rinnovo della concessione di scavo da parte del Ministero. Nel dicembre 1893 il Vivanet reclamò dall’Avvocato una nuova relazione sulle sue indagini, ma non sappiamo se tale richiesta avesse una risposta positiva. In realtà Efisio Pischedda dopo gli esordi deludenti doveva aver messo le mani su un vasto sepolcreto assolutamente vergine: secondo la recente ipotesi di Giovanni Tore è plausibile che egli avesse concentrato i suoi sforzi nella necropoli settentrionale di Tharros, sulle scogliere del villaggio di S. Giovanni di Sinis, dove c'è anche l'omonima chiesa, nella località di Santu Marcu, esplicitamente richiamata nella autorizzazione di scavo. Secondo il parere di un illustre archeologo tedesco, Franz Von Duhn, molte delle terracotte figurate puniche e delle ceramiche etrusche ed attiche della collezione Pischedda viste nella sua dimora privata (che si trovava allora in via La Marmora 10, corrispondente all’attuale 26-30) facevano parte delle più ricche sepolture delle necropoli fenicio-puniche di Tharros. Da esse provenivano tra l’altro tre kantharoi inbucchero etrusco (600-575 a.C.), un askòs e una lekythos ariballica attici a figure rosse(prima metà del IV sec. a.C.) ed una placchetta di dea stante con il tamburello della seconda metà del VI sec. a.C.
Nell’abitazione privata del Pischedda era collocato il Museo Pischedda, «la più cospicua fra le collezioni private formatesi inSardegna», come ebbe a scrivere nel 1948 l’archeologo Doro Levi. Per mezzo secolo, sino alla sua morte, Efisio Pischedda accolse nel suo Museo studiosi provenienti dall’Italia e da numerose nazioni europee, intrattenendo anche rapporti epistolari con archeologi di chiara fama. Il Pischedda apriva tuttavia le porte del suo museo anche ai rari turisti della Oristano del primo Novecento, tant’è vero che la prima edizione della Guida Rossa della Sardegna, del Touring Club Italiano, ospitava nel capitolo su Oristano un puntuale riferimento alla collezione Pischedda.
Interno del Museo
Una tradizione orale raccolta dalle labbra dell’ultima governante di Efisio Pischedda, Donna Sara Marongiu, da parte del primo Conservatore dell’Antiquarium Arborense, Peppetto Pau, racconta che la notte della morte la cassetta con gli ori punici e romani e le gemme fu recata ad un misterioso avventuriero che aveva preso temporaneo alloggio all’Albergo Industriale (poi Firenze) in Piazza Roma. Così scomparvero i primi amati pezzi della collezione Pischedda. Gli altri reperti corsero il rischio di passare al British Museum e a Berlino. Fortunatamente, otto anni dopo la morte dell’avvocato, nel 1938, il podestà di Oristano Paolo Lugas e l’archeologo Doro Levi riuscirono ad far acquistare al Comune i materiali di Pischedda e a costituire l’Antiquarium Arborense. Una scritta, incisa a palazzo Parpaglia su una lastra di marmo bianco, commemora l’avvenuta costituzione dell’ “Antiquarium” cittadino:


LA COLLEZIONE QVI ESPOSTA
PRENDE IL NOME DAL
COMM. AVV. EFISIO PISCHEDDA
DAI CVI EREDI L’ACQVISTÒ

IL COMVNE DI ORISTANO
NELL’ ANNO MCMXXXVIII-XVI.

( liberamente tratto da "Antiquarium Arborense" di Raimondo Zucca, collana Guide e Itinerari Sardegna archeologica, Carlo Delfino editore, 1998)

domenica 15 febbraio 2015

Vuoi vedere un film di Wenders?

C’è voluta l’influenza, qualche settimana fa, per farmi scoprire Wenders. Ho iniziato con The Million Dollar Hotel, un film del 2000, che racconta di alcuni sbandati, ospitati in un albergo di Los Angeles. 
La trama gira intorno alla storia d’amore tra Tom Tom (Jeremy Davies) ed Eloise (Milla Jovovich), mentre l’agente FBI Skinner (Mel Gibson) deve risolvere un complicato caso di omicidio. La sceneggiatura del film è di Bono degli U2, e degli U2 sono anche le canzoni che fanno da colonna sonora al film.  L’albergo del film è stato reso famoso, dagli stessi U2, nel video di Where the Streets Have No Name.
In seguito, l’influenza era ormai un ricordo, ho risalito in disordine la filmografia di Wenders: Il Cielo sopra Berlino, Falso Movimento, Lo stato delle Cose, Fino alla fine del mondo. Non tutti questi film mi sono piaciuti alla stesso modo, pare comunque che siano tra i suoi capolavori.
Di certo si tratta di un regista di grande fama, che merita di essere apprezzato. Ho l’impressione, da profano, che i suoi film non si vedano per come vanno a finire, ma nella speranza che non finiscano mai. Tale e tanta è la qualità, come regista, di Wenders. Quello che maggiormente mi attrae e mi colpisce, del suo cinema, oltre al lato pittorico dell’immagine,  è il modo in cui sono architettate le storie.  Il tema ricorrente è il viaggio, sia nel suo senso reale – spostamento fisico – sia in quello psicologico, cioè come scavo interiore dei personaggi. Ma la cosa particolare, dicevo, è la trama, che sembra qualcosa di fragile e incerto. Quasi diresti che non esista, e si perda come un’ipotesi o una metafora alla fine di ogni film.
I personaggi invece, loro sì, sono dominanti. Ogni film vive soltanto nello spazio fra i personaggi e dei rapporti fra essi. Perennemente in fuga, in relazione tormentata con sé stessi, la vita e il mondo attorno, sono loro a farla da padroni e dettare i tempi, l’azione e gli avvenimenti. Come in Lo stato delle cose, dove c’è un film da girare a Lisbona, un produttore corso via, e gli attori che non sanno che fare del proprio tempo; e danno semplicemente l’idea di vivere, dietro la cinepresa, la vita reale, intesa come precarietà e frammento, problemi quotidiani. 
Si reggono molto anche sulle parole e la musica, i film di Wenders. Sono le sottolineature epiche che questo regista utilizza di più. Immagino molti critici azzuffarsi per riuscire a decifrare il messaggio di un regista così complesso, di fronte a storie che hanno tutto l’aspetto del mosaico e della pluralità dei linguaggi, quando l'arte diventa un piacevole rompicapo.  

venerdì 29 agosto 2014

Il vero ritratto di Eleonora d'Arborea (2ª parte)

Di certo Eleonora, se vogliamo restare alla storia, ci appare nel suo tratto deciso di domina sarda, intenta all'arte di governo e capace nel comando. Bellieni ritiene logico accostarla, più che a un'ideale figura da lirica provenzale o dolce stil nuovo, ad altre donne guerriere. 
A Ibn Caldun, per esempio, condottiera dei latino africani e delle tribù berbere nell'invasione araba, a cui era simile il popolo dei sardi definiti "Rum Afarica berberizzanti", per le tradizioni e i costumi comuni.
Eleonora si rivelerà soprattutto nell'attività legislativa, e nella capacità di essere una madre di famiglia prudente e saggia, ma anche irremovibile, quando il re di Spagna Don Pietro, le richiederà di dare il proprio figlio in cambio della liberazione del marito Brancaleone D'Oria. In questo passaggio, c'è probabilmente la chiave di tutto il suo carattere. 
Morti il padre e il fratello Ugone, preferisce la guerra agli Aragonesi, a una resa disonorevole. Disobbedisce alle richieste pressanti del marito, che gli consigliava di riporre tutto nelle mani del sovrano, in modo da poter recuperare la libertà. Assume il controllo del regno, che le toccava per diritto dinastico, e per un'ideale di giustizia, impugna le redini del proprio cavallo e corre da una parte all'altra della Sardegna, motivando alla battaglia per la propria libertà tutti i sardi. 
Secondo diversi storici, tra cui Raimondo Zucca, l'unica immagine di Eleonora d'Arborea si trova nella chiesa di San Gavino martire, e risale al quattordicesimo secolo. La chiesa è considerata una sorta di pantheon celebrativo degli Arborea, e si trova a poca distanza dal castello di Monreale, che costituiva la residenza estiva della famiglia. 

giovedì 28 agosto 2014

Il vero ritratto di Eleonora d'Arborea

Di una delle donne più importanti per la storia di Oristano e la Sardegna, a cui si deve l'eredità di una costituzione come la Carta de Logu, e che ai tempi del Giudicato d'Arborea combattè fieramente per l'indipendenza del popolo sardo, non esiste purtroppo alcun ritratto accertato.
Lo scorso anno, in occasione di Monumenti aperti 2012, il 13 maggio i visitatori hanno potuto ammirare tra i tanti edifici storici della città di Oristano anche il Palazzo Campus Colonna. Un edificio signorile acquistato in tempi recenti dall'amministrazione comunale, e diventato sede di lavoro della Giunta e del Sindaco. 
Nei locali del palazzo si trova una vasta rassegna di bei quadri, realizzati da artisti del Novecento sardo, come Antonio Corriga, Carlo Contini, soltanto per citarne alcuni. 
Nell'ufficio del sindaco, tra arredi di notevole pregio e mobili d'epoca, si trova anche un'opera della fine dell'Ottocento del pittore Antonio Benini, raffigurante Eleonora d'Arborea (vedi foto a lato). Una donna avvenente e dal corpo slanciato, in abiti eleganti da corte barcellonese, è in atto di scrivere proprio la Carta de Logu e si rivolge al ritrattista.
Per realizzare il quadro il Benini utilizzò una pittura del seicento che recava sul retro la scritta "ritratto di Eleonora". Ma quella era davvero Eleonora d'Arborea? 
In realtà, la signora del quadro a cui  il Benini si ispirò fedelmente, e di cui di conseguenza il suo è una riproduzione, era  Giovanna di Castiglia detta la Pazza (Joana d'Aragó i de Castella o Joana la Boja, 1479-1555). Una donna anch'essa importante, e dall'esistenza piuttosto tormentata. Probabilmente, lontana dalla figura combattiva e di eroina romantica, che il tempo ha finito per cucire intorno a Eleonora d'Arborea. 
E' stato lo storico sardista Camillo Bellieni, nel suo libro sulla giudicessa ("Eleonora d'Arborea" Ilisso 7€) a chiarire il clima di fervida  fantasia in cui si mossero gli scrittori isolani del periodo 1840-1870, e in cui si può inserire anche questo ritratto. Le ricostruzioni, che cercavano di colmare evidenti lacune storiche, trasformarono la Oristano giudicale in una Arles sarda, dove si cantava di guerra e d'amore e s'insegnava una gaia scienza che al volgare provenzale sostituiva quello del Campidano. E naturalmente a Eleonora non fu fatto mancare un maestro di lettere  italiane e latine, tutto impegnato nell'educazione della giovane. Noi però non sappiamo quale istruzione lei abbia davvero ricevuto, e se fosse una bella donna oppure no.

( fine prima parte...  continua qui)     

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